3^ Domenica di Pasqua

 Carissimi, in compagnia dei santi Jacinta e Francisco, in Fatima, vengo per il solito incontro settimanale. In Fatima si riscontra la costante del Signore espressa dalla predilezione della sua Madre verso i piccoli: Jacinta e Francisco, pastorelli di famiglia poverissima, decimata dall’epidemia di quegli anni, in un villaggio alla periferia sconosciuta di Fatima. La predilezione del Signore, fatta propria anche dalla Madre, possa animare la nostra attenzione verso le periferie dell’umanità. Convinti nella mente, che la ‘Parola’ possa ardere anche il cuore per renderla vita.  Con affetto da Fatima.

Don Vincenzo

“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,  e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro… Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo… Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui… Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero… Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». (Luca 24,13-35)

3ª Domenica di PASQUA.

Ermes Ronchi – Nel Vangelo di Emmaus tre momenti: la liturgia della strada, della pa­rola e del pane. La liturgia della strada. La fede è un perpetuo camminare, perché Dio stesso è una vetta mai con­quistata, e l’infinito ci attende all’angolo di ogni strada.

Ed ecco Gesù si avvicinò e cam­minava con loro. Un Dio vestito di umanità ( Turol­do), un Dio delle strade, conti­nuamente in cerca di noi.

La liturgia della parola. Gesù fa comprendere che la Croce non è un incidente ma la pienezza dell’amore, che cambia la comprensione di Dio e della vita. Proprio là do­ve sembrava assurdo: sulla cro­ce. Più la mano di Dio è nasco­sta più è potente.

La liturgia del pane. Il segno di riconoscimento di Gesù è il suo Corpo spezzato, vita conse­gnata per nutrire la vita. La vi­ta di Gesù è stata un continuo appassionato consegnarsi. Fi­no alla croce.

Infine la parola e il pane cam­biano il cammino, la direzione, il senso: Partirono senza indu­gio e fecero ritorno a Gerusa­lemme.

 

don Marco Pedron  Il vangelo inizia mostrando questi due discepoli che tristi e delusi se ne vanno via da Gerusalemme (24,13-18). Arriva Gesù, fa finta di non sapere e capire niente e che cosa fa? Li fa parlare. Semplicemente li ascolta. E’ un loro compagno,

Eucarestia è comunicarci ciò che viviamo, è dirci le nostre gioie, le nostre paure, i nostri sogni. Dio, prima di dirci qualcosa, ci ascolta. Per tutto il tempo che ci serve.

La gioia. Vengo in chiesa per esprimere, per celebrare la mia gioia (eucarestia=rendere grazie). Sono felice di esistere, del mio matrimonio, della mia famiglia, del fatto che mi sento amato, che percepisco il mio valore, che mi sento vivo. Dio è nostro compagno: se siamo felici, lui fa festa con noi.

La tristezza. Gesù non toglie la tristezza ai discepoli e neppure li consola. Come prima cosa li ascolta e basta. Quando i nostri amici hanno dei problemi, a volte ci succede di volergli trovare una soluzione. Lo facciamo perché vogliamo bene a loro, ma non sta a noi risolvere i loro problemi. Essere amici vuol dire semplicemente stare, accompagnare, essere presenti nella difficoltà.

L’amore è ascolto; condivisione della vita e del cuore. Dio è nostro compagno: se siamo delusi, Lui sta con noi; se siamo arrabbiati Lui sta con noi; Lui sempre sta con noi, condivide, ci accompagna e rimane.

Gesù si affianca ai discepoli e li ascolta. Non fa altro. Loro però non lo riconoscono perché sono troppo presi dai loro problemi, dal loro dolore, dalla loro delusione e dalla loro sofferenza. E quando tu sei troppo dentro ad una cosa, non vedi altro che questo.

Solamente dopo aver “buttato fuori” tutta la loro sofferenza potranno “vedere” le cose diversamente. Solo allora potranno vedere Gesù. Qualunque cosa ti succeda Dio è lì, in ciò che succede.

Paolo Curtaz  Sciocchi a tardi nel credere, insiste. Gesù spiega il senso di quella sofferenza, della sua sofferenza, e li aiuta a rileggere tutti gli eventi in una chiave diversa, più ampia, a leggere il dolore alla luce del grande disegno di Dio. Sono fermi alla croce, i discepoli del risorto.

A volte una bella scrollata ci distoglie dal dolore e ci aiuta a vedere le cose in maniera diversa. Il loro dolore inutile, paradossalmente gratificante, è spazzato via dalla Parola che riscalda e illumina. Tutto acquista senso, una dimensione nuova. La loro vita, riletta alla luce del grande progetto di Dio, assume un colore completamente diverso.

 

Wilma Chasseur  Qual è il tuo Emmaus? il primo giorno della vita gloriosa di Gesù da risorto, si fa pellegrino e viandante che viene ad incrociare le strade dei discepoli scoraggiati e sfiduciati. Solo quando fu a tavola e spezzò il pane Lo riconobbero. Non l’hanno riconosciuto perché lo credevano lontano, fuori dal loro orizzonte e dalla loro vita. Noi non riconosciamo i passi e la presenza del Signore nella nostra vita quando siamo convinti che sia lontano, che non si occupi di noi, che non si interessi alla nostra vita. Quante volte anche noi l’abbiamo incontrato, ma solo dopo l’abbiamo riconosciuto.

E ogni giorno c’è il luogo dell’incontro dove Lui ci aspetta per rivelarci il suo progetto e rinnovare i prodigi del Suo Amore per ognuno di noi: tocca a noi riconoscerlo e scoprire la fiamma che aveva già acceso nel nostro cuore.

 

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In ascolto: Iniziai a rileggere la Parola nella mia vita quando un carissimo amico mi chiese di mandargli non il commento di don Marco (facile leggerlo in Internet) ma come la vivevo. Il raccontarmi lo faccio sempre non tanto per l’inevitabile narcisismo (come amare gli altri se non amo me stesso!) ma per continuare a rendere grazie a Dio per le meraviglie nemmeno immaginate che mi è dato di vivere dopo che mi erano stati aperti gli  occhi del cuore verso i piccoli-grandi del Regno. Non mi stanco, ripetendomi continuamente, di testimoniare e gridare a tutti: se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio (Is 58,10). È qui l’insistenza di Papa Francesco ad andare nelle periferie per essere sale. Ma “se il sale perdesse il sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini  (Mt 5,13).

I miei Emmaus. Prete volevo essere fin da bambino e in seminario (altri tempi: il Seminario era il luogo dove si potevano proseguire gli studi più facilmente) entrai già a 7 anni. Mi sentivo prete! Crollò tutto quando mi ammalai nei duri anni di guerra e dovetti interrompere gli studi per ben tre anni. Riprendendo con gli esami di Terza liceale, dopo avere quasi completamente dimenticato tante regole, tante eccezioni, tanti logaritmi, fu un azzardo scontato.  Bocciato! mi sembrò un crollo totale. Se non proprio ‘il’ mi ero sempre sentito tra i primi. Gli studi classici mi venivano sbarrati. Non riuscivo nemmeno a immaginare di non potere più essere prete. Quella sera avevo vergogna di me stesso e volevo scomparire. Il Risorto mi si fece compagno negli ottimi educatori (dal Vescovo Mons. Francesco Potenza, al Rettore Card. Corrado Ursi, ai santi professori come il Venerabile don Ambrogio Grittani) che cercarono di ricuperare il recuperabile e con una leggera spinta (-6) mi lanciarono negli studi teologici. Divenni prete per grazia e non più per meriti e quegli anni di crollo mutarono completamente la mia formazione.

Un ulteriore crollo benefico, che capovolse radicalmente il mio iter ecclesiastico, avvenne incontrando e camminando con il popolo ROM. Puzzavo di selvaggio!. Se non proprio Papa come scherzando da bimbi con il mio papà che al pranzo della domenica mi offriva la capa della gallina perché così diventavo Papa (cantava il ritornello), Vescovo un giorno o l’altro mi avrebbero promosso. Il crollo avvenne negli altri rimasti delusi e sconvolti… “Gli  Zingari ti hanno stregato” era la convinzione di un ottimo amico professore. Abbracciandomi con tenerezza, accampato tra i Rom a Napoli, il Card. Ursi mi ripeteva: “Chi l’avrebbe pensato che questo angioletto divenisse zingaro!”.

Spezzando il Pane, anche quello eucaristico, lungo il cammino con nomadi diversi mi si aprirono gli occhi e mi è stato fatto dono di riconoscerLo. E non cesso di narrare le meraviglie operate in me per  rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in me (cfr 1Pietro 3,15).

Da Fatima, rientrando in Italia un freddo, anzi gelido abbraccio tanto dall’estate brasiliano mi sono trovano nell’inverno del Primo Mondo.

 

Vincenzo