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03/03/2010
LA DOMANDA CHE NESSUNO FA: PERCHE' VI CANDIDATE?
Leggiamo e inoltriamo per tutti


C’è una domanda che non è scontata e che, però, di solito non si fa a chi si candida alle elezioni, siano esse locali, regionali o nazionali. E la domanda da porre ad ogni candidato, indipendentemente dalla sua “importanza”, dovrebbe essere sempre la stessa: perché vuoi essere eletto? Discutendo spesso di cose politiche, so bene che nella sua apparente semplicità, in realtà è la domanda decisiva per svelare il bene o il male della politica.
Al di là degli “scandali” che sono un capitolo a parte (e che, comunque, non dovrebbero essere generalizzati come una chiamata di correità di una intera classe politica...), chiedere il motivo più profondo della voglia di essere eletti, vuol dire aprire un discorso sulla natura stessa del potere. Il che in uno Stato di diritto e democratico, significa anche – come hanno fatto i vescovi italiani nel loro documento sul Mezzogiorno – indicare e analizzare i meccanismi istituzionali e le evidenze socio-economiche che hanno toccato e modificato i poteri sui quali vive la democrazia del Paese.
La lunga fase di transizione da una “Prima Repubblica” a una “Seconda” che non si è ancora compiuta, può essere riassunta come tendenza alla semplificazione del sistema, idea buona in se stessa, ma malamente attuata, tant’è che non passa giorno senza che qualcuno chieda nuove riforme. Segno evidente che i nuovi assetti istituzionali sin qui attuati non garantiscono una gestione giusta ed efficace del sistema, sempre più appesantito da contrasti all’apparenza irrisolvibili i quali però, a ben guardare, hanno tutti un minimo comun denominatore nel potere.
L’idea fondamentale (ma difficile) che in una democrazia i diversi poteri debbano essere “separati”, è stata travolta dagli eventi sicché, invece di un ordine istituzionale, siamo in presenza di un groviglio indistinto di poteri (politici, economici, giudiziari, dell’informazione e dei gruppi di pressione) nel quale prevale soltanto chi ha più pre-potenza o più forza. E a poco vale invocare le regole, se queste, vengono poi decise con parzialità e, soprattutto, in un clima di continua provvisorietà.
In questa situazione di perenne emergenza, neppure la ricetta più bella potrà restituire un minimo d’ordine istituzionale, se prima i vari responsabili della cosa pubblica non abbiano chiarito a se stessi per primi, il proprio rapporto con il potere. E cioè per quale motivo essi gestiscano e aspirino ad un ruolo di responsabilità sociale. Ed è anche su questo terreno, che va letto e considerato l’auspicio dei vescovi italiani perché i cattolici contribuiscano a mettere in campo una nuova generazione di cittadini disposti a impegnarsi nell’agone politico.
Tutto è racchiuso nel perché si aspira all’esercizio del potere.
Una domanda alla quale la sapienza sociale cristiana (“sapienza” sta sia per “dottrina”, sia per “esperienze vissute”) offre materiali interessanti per una risposta democratica e di utilità per il bene comune. Partendo dal principio indefettibile (che già da solo basterebbe) che il potere non è un fine, ma solo un mezzo. Un principio che è fondamentalmente umano e che, per questo, dovrebbe valere per tutti.


» http://www.avvenire.it



» Fonte: AVVENIRE del 27/02/2010
» Autore: Pio Cerocchi


 
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