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24/05/2010
CASTIGAT RIDENDO MORES...continua
Come (non) ottemperare al IV° precetto della Chiesa: "Sovvenire alle necessità della Chiesa, contribuendo secondo le leggi o le usanze".
 Certo che a noi cattolici l’euro ha risolto un bel po’ di problemi!
La mille lire, per esempio. Sì, proprio così: “la” mille lire, al femminile. Quella che si oblava tradizionalmente alla Messa domenicale.
E se uno nei giorni di precetto ne era sfortunatamente sprovvisto, che fare? Passare alla banconota successiva bisognava escluderlo: cinquemila lire in chiesa… ma che siamo matti!? E anche mettere nel cestino due pezzi da cinquecento o altre monetine spicciole non stava bene: il tintinnio avrebbe attirato l’attenzione dei vicini sulla nostra taccagneria… Solo “la mille lire” era perfetta: prima ripiegata nel pugno ben chiuso (non è educato ostentare la propria generosità!), svolazzava poi silenziosa fin sul fondo del bussolotto, dove si ritrovava felice con tante altre banconote sorelle. Quasi nessuna maggiore. E noi avevamo l’intima soddisfazione di essere stati tanto buoni, spendendo così poco.
Con l’euro, invece, certe delicatezze non sono più necessarie. Posto, infatti, che nessun fedele, praticamente di senno, porrà mai nel cestino una banconota (il taglio minimo è cinque euro, vogliamo scherzare?), tutti ricorrono agli spiccioli: cinquanta centesimi va bene, un euro se proprio si vuol essere magnanimi, due a Natale e Pasqua. Però, se una volta si restasse senza, si può buttare con nonchalance anche il decino o il ventino, tanto: la dimensione è appena minore, il colore lo stesso, il rumore esattamente uguale… Non si fa mica brutta figura!
Non è stato un caso se, all’entrata in vigore della nuova valuta, diversi miei confratelli sono finiti sui giornali per aver esortato dal pulpito i fedeli a non fare i furbi con le monetine, soprattutto a non mettere quelle…non più in corso, gettoni telefonici compresi!?! (Tutt’oggi nel cestino compaiono ancora, insieme a monetine della Svizzera, del Bangladesch, dell’Alaska…!).
Se da noi andasse come in Germania, dove il contribuente deve dichiarare al fisco la confessione religiosa d’appartenenza, affinché gli venga detratta dal reddito una percentuale destinata al culto e ai suoi pastori, il 97,2% dei cittadini italiani si proclamerebbe ipso facto ateo (come, d’altronde, già fanno non pochi nostri carissimi emigrati in quella nazione): salvo poi continuare a pretendere di far battezzare i figli, di cresimarsi o di sposarsi in chiesa… come fanno adesso! E i mormoni poi: li osserviamo con qualche sorrisetto perché vanno in giro, casa per casa, in giacca a cravatta: ma se davvero anche a noi venisse chiesto di versare “la decima” (leggi: il 10% di tutti i propri guadagni) alla Chiesa, come essi fanno spontaneamente, scommetto che il credo cattolico vacillerebbe ben più che di fonte alle peggiori eresie dei suoi duemila e passa anni.
Il mio unico lettore direbbe: na noi abbiamo l’8xmille! Diciamocelo: 8xmille funziona ed è abbondante perché non ci costa nulla. Anzi, ci godiamo a togliere quello “zero virgola” dai tributi destinati allo Stato, che, come è noto, è ladro e va gabbato ogni volta che si può. Ma se la medesima cifra dovessimo versarla di tasca nostra, senza obblighi fiscali… stè frìsck tu!
Non che gli italiani non siano generosi. Anzi, lo sono parecchio. Ma a loro piace sembrarlo. E non va di pagare per obbligo, foss’anche soltanto morale. Per cui: offrire, ostentando magnificenza, lo si fa ogni volta che capita; pagare il dovuto, quando si riesce. Cattolici compresi.
Da qualche anno a questa parte ho cominciato a convincere gli sposi che si apprestano a celebrare le nozze, che quella specie di “processione offertoriale” a base di cesta per i poveri, altro non serve che per fare qualche foto in più e/o per rendere più coreografica la celebrazione. Tant’è vero che detta cesta viene ora persino inserita nel budget che il fioraio (o che per lui) presenta agli sposi nella contrattazione dell’addobbo.
Volete pensare, in quel giorno in cui si spende una barca di denaro, a chi non ha manco i soldi per mangiare? Bravi: “è veramente cosa buona e giusta”! Ma Gesù nel Vangelo ci ammonisce che “quando fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra” (Mt. 6,3). Perciò, farlo sapere a tutti e immortalarlo persino nel filmino non è proprio tanto evangelico. E poi, cosa volete che se ne faccia una famiglia povera dello “strano” contenuto di quella cesta? Un pacco di grissini, una scatoletta di tonno, cinque arance, quattro mele, una scatola di pelati, un pacco di farina e uno di zucchero, a volte ci scappa pure il caffè (ma di sottomarca, ovviamente!) e l’ANANAS che fa la sua bella figura al centro della cesta, ben infiocchettata.
Mi sono permesso, allora, di consigliare ai giovani sposi: quanto vi verrà a costare pro capite il pranzo nuziale? 120 euro? Bene (anzi, accidenti!). Domani mattina, mentre tu sposo attendi il puntuale ritardo della sposa, prendi una busta, mettici dentro il corrispettivo di uno o due invitati a pranzo e vallo a depositare nella buca “Offerte per i poveri”. Lo sapremo solo noi tre (ed è già… una folla) e sarà come avere al pranzo del vostro matrimonio degli invitati “particolari”.
A questa mia proposta ho sempre visto i giovani sposi felici e soddisfatti, mentre si guardavano negli occhi con trepidi sguardi d’intesa.
Ma, da allora sino ad oggi che scrivo, (secondo un tipico aforisma della Val Brembana) ho perso Filippo con tutto il paniere...!!!
Anzi, qualcuno ha pure fatto finta di dimenticare di lasciare l’offerta per la chiesa, mentre non pochi arrivano persino a portarsi indietro i fiori dell’addobbo…
VIVA GLI SPOSI!
» Autore: don Franco Conte
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