Omelia per la Santa Messa Crismale (Castellaneta, 31 Marzo 2021)

31-03-2021

Carissimi fratelli e sorelle, viviamo con gioia questa celebrazione eucaristica che ci vede riuniti in una vera assemblea liturgica diocesana, unica durante l’anno liturgico, che vede radunato tutto il presbiterio e il popolo della Santa Chiesa di Dio che è in Castellaneta intorno al suo vescovo.

Siamo nella settimana santa e adesso insieme entriamo nel triduo della passione, morte e risurrezione del nostro Signore, per condurre la nostra vita a celebrare degnamente la Pasqua come occasione di rinnovamento. Viviamo un tempo in cui fortemente è avvertito il bisogno di un cambiamento. Nella luce della fede si comprende che Dio stesso ci offre in questi giorni la grazia di un rinnovamento profondo e salutare della nostra vita.

Andiamo allora con stupore incontro a Gesù che “viene per compiere la Pasqua con il suo sacrificio” (Papa Francesco)

In questo tempo di grave crisi provocata dalla pandemia, sono risuonati frequentemente appelli ed esortazioni ad affrontare dei sacrifici, come necessari per una ripresa.

Generalmente si intende ‘sacrificio’ come equivalente di ‘rinuncia-privazione’ di qualche bene, di qualcosa che piace. Ma è proprio così?La parola ‘sacrificio’ è tipica del linguaggio religioso. Ma che cosa significa esattamente in tale contesto? E come si rapporta alla sfera profana?

Nelle varie religioni il sacrificio viene inteso, con varie sfumature, come “immolazione di una vittima”, e ha a che vedere con la vita e con la morte. Lo scopo del sacrificio è, essenzialmente, la comunicazione con il Sacro, con la Divinità per adorarla e ottenere i suoi benefici.

I sacrifici nella Scrittura sono di tipo diverso. L’“olocausto” si ha quando la vittima è bruciata totalmente, per cui tutto è offerto a Dio. Il sacrificio di “comunione” è l’offerta di lode, di devozione, di compimento di un voto a Dio. Vi è, poi, il sacrificio di “espiazione” per i peccati.

La Bibbia conosce la pratica dei sacrifici umani (cfr. Sal 106,37s.), ma essa è severamente proibita come pratica idolatrica.

Importanza tutta particolare è il sacrificio pasquale dell’agnello immolato, per mezzo del quale il popolo di Israele è stato liberato dalla schiavitù, ha fatto l’alleanza con Dio ed è entrato nella Terra promessa. In questo sacrificio c’è l’unione del rito cruento (agnello immolato) e dell’offerta vegetale (pane e vino). Esso è un ‘memoriale’ da essere celebrato ogni anno.

Nello stesso tempo, i Profeti hanno elaborato una interpretazione personalizzata e spirituale del sacrificio mettendo in luce quello che doveva essere il suo valore profondo di obbedienza a Dio e di amore al prossimo.

Per noi è familiare la figura di Gesù che sulla croce offre la sua vita come un sacrificio di redenzione. È l’“Agnello immolato” della Pasqua che porta a compimento e sostituisce la figura dell’agnello dell’antica alleanza. Viene crocifisso nell’ora in cui, nel tempio di Gerusalemme, si offrivano i sacrifici. Occorre però che
comprendiamo bene il senso genuino del sacrificio di Cristo sulla croce.

Il sacrificio di Cristo consiste, essenzialmente e primariamente, nell’offerta di se stesso e della sua vita in obbedienza e amore a Dio Padre e a noi per la nostra salvezza. Con l’oblazione di se stesso, Gesù opera il passaggio dal sacrificio di cose esteriori a un’oblazione di sé esistenziale, che prende il centro della vita per donarlo a Dio e ai fratelli. Il sacrificio di Cristo è il dono totale di sé, della sua persona fino alla morte, dono ispirato da un amore senza misura, che va «fino all’estremo» (Gv 13,1).

In conseguenza della sua obbedienza a Dio e del suo amore, della sua solidarietà con noi peccatori, Cristo ha subìto e accettato la croce. Quindi, Cristo non ha scelto la sofferenza e la croce, – nel Getsemani
ha pregato il Padre di allontanargli questo calice (cfr. Mt 26,39) – ma l’ha accettata come espressione di obbedienza e di amore. Il sacrificio di Cristo sulla croce, che ripara il rifiuto di Adamo e stabilisce la
piena comunione con Dio e tra gli uomini, è avvenuto una volta per tutte e per tutti. Non ha senso che sia ripetuto. Il sacrificio della Celebrazione eucaristica non è la ripetizione, ma la ripresentazione nel tempo e nello spazio, dell’unico sacrificio di Cristo.

Nella celebrazione dell’Eucaristia, che rende presente e attuale l’immolazione di Cristo sulla croce, la parola sacrificio ritorna con frequenza riferita a Cristo, ma anche ai partecipanti: «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi. … Questo è il mio sangue versato per voi». E dopo la consacrazione, il celebrante prega:
«Egli faccia di noi un sacrificio perenne a Te gradito».

Questa sera celebriamo in modo particolare tutti i segni sacramentali attraverso i quali, riceviamo la grazia di far passare nel nostro vissuto esistenziale l’atteggiamento di donazione di Gesù Cristo che in modo mirabile si esprime nella sua Pasqua.

Guidati dalla Parola di Dio siamo quindi invitati a interiorizzare il senso essenziale del sacrificio, traducendolo in atteggiamenti vitali verso Dio e verso il prossimo.

Già Sant’Agostino, in riferimento polemico con i sacrifici pagani, ha espresso con la sua acutezza il senso cristiano del sacrificio. «Vero sacrificio – scrive – è ogni azione compiuta per unirsi a Dio in santa comunione, ossia riferita a quel sommo bene che ci può rendere veramente beati» (cfr. De civitate Dei, LX,6).

E’ possibile e importante allora, recuperare il senso e il valore del sacrificio, anche se non è facile cambiare mentalità. Anche noi cristiani non sempre l’abbiamo compreso e proposto nel suo genuino significato. L’evoluzione socio-culturale ha condotto, con il processo di secolarizzazione, a una visione della vita di tipo “profano” che si allontana da quella evangelica. In questa ottica, il sacrificio, nel senso religioso sacrale, non appare più significante. Nella concezione secolarizzata il termine viene assunto come impegno e rinuncia a qualcosa e, persino, alla vita stessa per una “nobile causa”: la Patria, lo Stato, per ottenere uno status sociale etc.

Il sacrificio, interpretato alla luce dei profeti e di Gesù, significa, essenzialmente, l’offerta, il dono di se stessi, della propria persona a Dio e al prossimo. Dare il primato a Dio significa riconoscere la Sorgente della vita e dei valori, rende liberi dalla schiavitù degli idoli e infonde luce di sapienza per valutare rettamente la realtà.
Il senso genuino, l’ispirazione e l’anima del sacrificio è quindi l’amore, il dono di sé che, in un mondo caratterizzato dalla menzogna, dall’egoismo, dalla violenza, comporta rinuncia e sofferenze, anche dolorose.

E’ il tempo opportuno per interrogarci su un tema educativo che, oggi, attraversa una fase critica. Come educare o ri-educare allo spirito di sacrificio?

È chiaro che, se sacrificio viene inteso primariamente o solo come rinuncia-privazione, appare una proposta non percorribile. In realtà, quello che procura piacere è la percezione che ciò che scegliamo e facciamo, anche se faticoso, ha un senso. La crisi più grave, personale e sociale, che affligge la persona, è il vuoto interiore, l’oscuramento e lo smarrimento del senso della vita; è questa la frustrazione più deleteria che si manifesta, anche, in una malattia diffusa: la depressione.

Ad essere frustrate vuote e depresse non sono le persone che si sacrificano per l’amore di Dio e per gli altri, spinti da un ideale di servizio, ma quanti, pur avendo ricchezze e piaceri, non hanno uno scopo per cui vivere e donare se stessi.

La nostra società che ha sperimentato negli ultimi decenni una “grande trasformazione” in aspetti fondamentali, non solo demografici e di stili di vita ma, anche, di visione e di senso della vita, appare, oggi, piuttosto incerta e smarrita. Certamente il vivere è diventato più complesso e faticoso. La visione secolarizzata della vita si rivela insufficiente e incapace di rispondere ai desideri più profondi della persona e al senso pieno della vita. Per questo, la domanda di senso e di spiritualità è diventata una esigenza più acuta.

In questa situazione, le comunità cristiane sono chiamate e sfidate a proporre e a testimoniare esperienze di “vita nuova secondo lo Spirito”, in una rinnovata evangelizzazione.

E’ proprio il Sacrificio di Cristo sulla Croce che dà la risposta agli interrogativi che agitano il nostro cuore anche in questo tempo burrascoso, sacrificio che ha conseguito la Risurrezione. Gesù Cristo, accettando di essere immolato sulla Croce come vittima innocente, sarà sempre dalla parte delle vittime della menzogna,
dell’ingiustizia e di ogni tipo di violenza e sopruso capace di ridare quella vita che è stata loro tolta. Viviamo un tempo propizio e di grazia, offerto da Dio, per ritrovare le sorgenti più rinnovatrici della nostra vita. È l’invito, anzitutto, a riscoprire la grandezza del Sacrificio di Cristo, che è il suo infinito amore misericordioso per noi peccatori. Il sacrificio di Cristo lo incontriamo vivo e attuale nell’Eucaristia.

Prendervi parte con una fede viva vuol dire ricevere da questa inesauribile sorgente divina la capacità di vivere lo spirito del sacrificio, di fare, cioè, della nostra vita e della nostra attività un dono che non può essere distrutto dalla morte e, neppure, dalla violenza e dall’ingiustizia, perché il Crocifisso, apparentemente sconfitto, è Risorto ed è, dunque, il vero Vincitore.

C’è un altro aspetto del “sacrificio eucaristico” che è importante considerare e interiorizzare. All’offerta del pane e del vino, collocata sull’altare affinché divengano corpo di Cristo, la Chiesa chiede che si uniscano le offerte per i poveri, che rappresentano anch’essi il corpo di Cristo e sono da collocare nel cuore della Chiesa, custoditi e venerati con la carità. È importante far comprendere e vivere che la frazione del pane eucaristico deve proseguire nello “spezzare il pane” della vita quotidiana, nella disponibilità a condividere quanto si possiede, a donare e così vivere. È semplicemente l’amore in tutta la sua immensità che si manifesta in questo gesto, e con esso il nuovo concetto cristiano di culto e di cura per il prossimo.

Inoltre, in questi giorni santi c’è un sacrificio che tutti siamo chiamati a compiere: è il sacrificio del «cuore contrito e umiliato» (Sal 51,19) per i nostri peccati. Questo è davvero sacrificio gradito a Dio.

La Sacra Scrittura considera la “durezza del cuore” come particolarmente grave, in quanto denota insensibilità e indifferenza verso Dio e verso il prossimo. Ascoltiamo la voce di Dio che ci chiama alla conversione con i richiami della sua Parola, e anche, con quel senso di tristezza, di vuoto e di frustrazione che proviamo nel nostro intimo quando la nostra vita non è orientata a Dio e non lo accogliamo. È un richiamo alla conversione di modelli e stili di vita anche l’attuale crisi.

La Settimana Santa è un cammino di fede che conduce, sulle orme di Cristo, alla Pasqua di Risurrezione. Intraprendiamola con fiducia e ne trarremo un rinnovato senso di vita e di speranza.