Omelia del Vescovo Claudio per l’ordinazione presbiterale di don Roberto Pavone

31-10-2021

OMELIA PER L’ORDINAZIONE PRESBITERALE DI DON ROBERTO PAVONE
(31 ottobre 2021 – Tutti i Santi)

Questa lieta circostanza ci invita a riflettere con stupore e gratitudine sulla particolare ricchezza del sacerdozio ministeriale, istituito da Cristo, e dono prezioso per la sua Chiesa, di cui oggi il nostro don Roberto è fatto partecipe per la preghiera e l’imposizione delle mani del vescovo.

Per ben cogliere tutta la stupenda realtà del presbiterato, esso va visto, innanzitutto, nella sua dimensione essenzialmente cristologica, ossia in rapporto a Cristo, l’unico ed eterno sacerdote della Nuova Alleanza. Nell’ordinazione presbiterale Cristo imprime in coloro che ha scelto per il ministero una impronta nuova, interiore, indelebile, che conforma, rende simili a Lui. “Cristo”, diceva Paolo VI, “ha stampato in ciascuno di loro il suo volto umano e divino, conferendo ad essi una sua ineffabile somiglianza” (Congresso Eucaristico Internazionale di Bogotà, VI, 1968, 364-365).

Questo emerge in modo quanto mai chiaro in alcuni fatti biblici riguardanti il ministero apostolico. Gesù sceglie degli uomini e li prepara al futuro ministero, che consisterà nel fare ciò che hanno visto fare a Lui; li costituisce suoi inviati, comunicando ad essi i suoi stessi poteri, in modo che ascoltare loro è ascoltare Lui stesso:  “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10, 16).

Il presbitero è, insomma, nel tempo e nella storia, l’icona della presenza viva ed operante di Cristo, il segno-persona del Signore risorto Capo della Chiesa, il suo sacramento radicale, la sua trasparenza. Ecco, dunque, il compito fondamentale del sacerdote in rapporto a Cristo: renderlo presente, in modo visibile, nella sua vita e nel suo ministero, rispecchiare sul suo volto, il volto di Cristo risorto.

Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, diceva che i sacerdoti sono “i ministri del Sole”, in quanto luminosi dispensatori dei misteri di Cristo, in particolare dell’Eucaristia che lei definiva il “Sole” della Chiesa. Ma oltre a questa dimensione verticale, cristologica, il sacerdozio ministeriale ha una dimensione orizzontale, ecclesiologica. L’ordinazione, oltre ad essere una consacrazione definitiva a Cristo è, per ciò stesso, una consacrazione al “Cristo totale”, per usare la felice espressione di Sant’Agostino. Nell’ordinazione il sacerdote diventa servo, ministro di Cristo, per diventare, a partire da Lui, per Lui e con Lui, anche servo, ministro della Chiesa.

Il suo amore alla Chiesa, il presbitero lo esprime, in maniera concreta ed efficace, nel servizio della Parola: accogliendola, interiorizzandola, proclamandola al popolo nell’assemblea liturgica, nella celebrazione dei sacramenti, specie dell’Eucaristia; e prendendola come criterio e norma d’interpretazione dei fatti, degli avvenimenti, della storia.

La diaconia sacerdotale così intesa, attesta e garantisce non soltanto che l’amore del Padre verso gli uomini è immutabile, ma anche che il Signore risorto è presente ed operante in mezzo al Popolo, che ha riscattato con il suo sangue. E questa presenza non può non essere sorgente di speranza per l’uomo pellegrino nel tempo: di quella speranza che non delude, perché fondata sul mistero pasquale del Signore.

Il sacerdozio ministeriale ha, infine, una dimensione che lo lega in modo vitale allo Spirito Santo. “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato e mandato ad annunciare il lieto messaggio” (Lc 4, 18). Queste parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Nazareth, si adempiono in ogni ordinazione sacerdotale. In essa, infatti, il Vescovo ordinante chiede al Padre di rinnovare nell’ordinando l’effusione del suo Spirito di santità (Pontificale ). La consacrazione a Cristo e alla Chiesa e la missione di annunciare la lieta notizia, avvenuta nella ordinazione sacerdotale, sono opera dello Spirito.

Ma lo Spirito di Cristo non è soltanto all’origine del ministero del sacerdote. Egli è il vero protagonista della santità a cui il presbitero, in virtù della propria vocazione, è in modo speciale chiamato. Se la liturgia di oggi, solennità di Tutti i Santi, ci ricorda la chiamata radicale di tutti i discepoli del Signore alla santità, “la vocazione sacerdotale, secondo le parole di San Giovanni Paolo II, è essenzialmente una chiamata alla santità nella forma che scaturisce dal sacramento dell’Ordine. La santità è intimità con Dio, è imitazione di Cristo, povero, casto ed umile; è amore senza riserve per ogni uomo e ogni donna e donazione al loro bene; è amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato” (Insegnamenti, VIII/2, 1984, 839). Il vero protagonista della santità quindi è sempre lo Spirito Santo, che però nella specifica chiamata alla santità propria del ministero presbiterale svolge un ruolo tutto particolare. L’intima comunione con lo Spirito di Cristo, mentre garantisce l’efficacia dell’azione sacramentale che il presbitero pone “in persona Christi'”, chiede anche di esprimersi nel fervore della preghiera, nella coerenza della vita, nella carità pastorale di un ministero instancabilmente proteso alla salvezza dei fratelli. Chiede, in una parola, la personale santificazione. Ciò significa che il sacerdote, nell’esercizio del suo ministero, deve basare la sua vita spirituale e i suoi programmi pastorali, non sulla “sapienza” umana, bensì sull’impulso, sul dono dello Spirito. Ciò significa, inoltre, che il sacerdote deve essere sempre docile alla voce dolce e all’azione possente dello Spirito. Come Cristo, anche lui deve lasciarsi trascinare dallo Spirito. E nella misura in cui lo farà, la sua vita diventerà irradiazione di santità, di luce e di calore per i fratelli.

La santità per il presbitero, caro Roberto, va cercata allora non accanto, ma attraverso il ministero e richiede, innanzitutto, un’intima unione con Cristo, che è la stessa santità di Dio incarnata. Il presbitero deve poter dire come San Paolo: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21). Il “rimanete in me ed io in voi” di Gesù (Gv 15, 1.4-5) deve costituire la sua principale preoccupazione, il cuore, il criterio e la norma di tutta la sua vita. I cristiani vogliono trovare nel presbitero non solo l’uomo che li accoglie, che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera simpatia, ma anche, e soprattutto, un uomo innamorato di Dio, che appartiene al Signore, che li aiuta a guardare a Lui, a pensare a Lui, a salire verso di Lui (cfr PDV, 47).

Una autentica santità presbiterale esige, quindi, una intensa vita di preghiera, intesa come un incontro vivo e personale con il Signore, come un dialogo che si fa partecipazione al colloquio filiale di Gesù con il Padre.

Allora, caro don Roberto, è con forza che ti raccomando oggi di cercare senza stancarti, ogni giorno, l’equilibrio tra preghiera e azione che è difficile e precario come quello fra teoria e prassi, sentimenti e parole, lavoro e riposo, relazioni funzionale e relazioni di amicizia, lavoro manuale e lavoro mentale, ma questo non significa arrendersi di fronte alla difficoltà. Del resto i Vangeli ci raccontano come anche per Gesù sia stato impegnativo mantenere questa unità di vita nella sua missione itinerante. Eppure raggiungere un buon equilibrio spirituale è fonte di salute e benessere fisico, resistenza al lavoro e fecondità di frutti, perché «preghiera e azione sono una sola realtà». Il primo modello a cui guardare è Gesù stesso che non usava certo il suo tempo in maniera casuale, bensì in funzione di uno scopo ben preciso. Significative sono le sue priorità: l’attenzione agli ammalati, la predicazione del Regno, la relazione diretta con le persone, la preghiera.

A costante contatto con la santità di Dio, tu stesso devi diventare santo. Soltanto un sacerdote santo può diventare, in un mondo sempre più secolarizzato, un testimone trasparente di Cristo e del suo Vangelo.

Per questo ti chiedo oggi di esprimere con gioia il tuo impegno a custodire quotidianamente il tuo ministero nella fedeltà alla preghiera in tutte le sue forme: celebrazione eucaristica, liturgia delle ore, amministrazione dei sacramenti. Ciascuna di queste attività è preghiera. Dovendo presiedere tante celebrazioni pregherai con la Chiesa, per la Chiesa e la tua personale partecipazione piena e consapevole, nutrirà il tuo cammino di fede e rinvigorirà il tuo ministero. La santità è la via della gioia vera, quella gioia che non è superficiale, ma che persiste alle avversità e alle difficoltà. Il segreto per affrontare le sfide della vita personale e di quella pastorale è unicamente affidarsi al Signore e vivere la quotidianità per amore di Cristo. Ma per ‘lasciarti andare’ all’amore di Dio, caro don Roberto, dovrai dare alle tue giornate un segno concreto per gustare la Sua presenza: momenti di solitudine e silenzio in cui ti senti ascoltato e quindi amato, in cui ascolti la Parola e ti senti curato. Questo ti permetterà di tornare in mezzo agli altri più forte, e sarai Pastore gioioso per tutti coloro che incontrerai e che il Signore ti affiderà. Il tuo cammino di santità presbiterale infatti non si esaurisce nel tuo rapporto con Dio, ma sarà vero solo se ti aprirà agli altri, ad un legame sempre più saldo con il popolo di Dio. Crescere nella santità vorrà dire anche per te non isolarsi dalla gente e dai confratelli presbiteri o dalla comunità e ti impedirà di rifugiarti magari in un gruppo chiuso soffocando e avvelenando lo spirito. Un presbitero santo è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ti porterà a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo indietro” (Francesco).

La tua ordinazione avviene in un periodo storico segnato dal “cammino sinodale” che il Papa chiede alla Chiesa per riscoprire una sua dimensione costitutiva: essere popolo che cammina insieme. Dovrai quindi essere un presbitero che sa camminare, animato da quella sana inquietudine interiore che è attenzione e docilità alle indicazioni dello Spirito e soprattutto dovrai essere presbitero che sa camminare “insieme”, attento a curare quelle che papa Francesco chiama le quattro vicinanze del prete: vicinanza con Dio, vicinanza con il Vescovo, vicinanza con i confratelli, vicinanza con il popolo di Dio.

E “se qualche volta lo sguardo inizia a indurirsi, o senti che la forza seducente dell’apatia o della desolazione vuole mettere radici e impadronirsi del tuo cuore; se il gusto di sentirti parte viva e integrante del Popolo di Dio comincia a infastidirti e ti senti spinto verso un atteggiamento che ti isoli … non aver paura di contemplare Maria e intonare il suo canto di lode” (cf. Francesco).

Affidiamo proprio a lei, Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, la cura del tuo ministero e chiediamo che ti accompagni con tenerezza e forza sulla via della santità.