Storia della Diocesi

LE ORIGINI

La Diocesi di Castellaneta venne istituita verso la fine dell’XI sec. Quale suffraganea dell’arcidiocesi di Taranto. Il primo vescovo Amuri (Amuris) viene attestato, nell’ottobre e nel dicembre del 1099, temporaneamente titolare delle diocesi di Mottola e Castellaneta. L’istituzione della diocesi avvenne per impulso del normanno Riccardo Senescalco, nipote del Guiscardo e dominus di Mottola e Castellaneta, nel segno del processo di latinizzazione del territorio e ridefinizione del quadro diocesano sollecitato dagli accordi di Melfi (1059) e di Ceprano (1080).
Infatti una concessione del 1100 dello stesso Amuri, diretta all’abate bantino Orso, si legge che essa veniva effettuata oltre che con il consenso dei chierici della chiesa di San Nicola, patrono di Castellaneta, anche con “Auctoritate domini Alberti Tarentina ecclesia Archipresulis qui mihi eandem quam predicti Castellanetensem ecclesiam funditus tradit ad agendam, faventibus Rogerio duce atque Riccardo Senescalco”.

DAI NORMANNI AL CONCILIO DI TRENTO

Dopo l’episcopato di Amuri le sedi vescovili di Mottola e Castellaneta si ritrovarono distinte, ognuna con un proprio titolare. Lo attesta un documento del luglio 1110 che conferma alcuni monasteri e chiese rurali, rupestri e sub divo, all’abate cavense Pietro; in esso intervengono, oltre a Riccardo Senescalco «advocatus et susceptor» della Chiesa locale, il vescovo di Mottola Valcauso e il vescovo di Castellaneta Nicola. Non sono note le ragioni della separazione delle due diocesi.
Il vescovo Nicola visse un lungo e fecondo episcopato interloquendo abilmente con il potere politico. Il presule è ricordato ancora in un diploma di Ruggero II del 1133. Sino alla fine del XII secolo non si conoscono le vicende religiose locali e l’impegno pastorale dei presuli della diocesi castellane tana. Solo dal 1196 con il vescovo Roberto si hanno notizie più regolari e dettagliate.
La tutela e la munificenza normanna avevano consentito ai presuli un’ampia giurisdizione locale rispettata dai monasteri che ne condividevano l’attività pastorale e ne rispettavano l’autorità. Del resto per tutto il XII sec. i vescovi, impegnati nel processo di radicamento della Chiesa latina, fecero leva sulle cellule monastiche benedettine presenti nel territorio, soprattutto in ambiti rupestri, verso cui mostrarono particolare benevolenza concedendo forme più o meno ampie di esenzione o avallando la munificenza normanna verso chiese e monasteri diruti. Nel X!!! Sec., forse perché consapevoli di poter assolvere meglio alle proprie responsabilità pastorali, cercarono di limitare o di annullare i diritti delle chiese monastiche. Dal 1226 i presuli cominciarono a subire contestazioni e in alcuni casi usurpazioni, anche se fronteggiate con l’intervento di mediatori e concluse con la sostanziale conferma delle concessioni fatte nel secolo precedente: un primo esplicito esempio è fornito dall’altercatio, sorta appunto nel 1226, tra il vescovo Marco e i cavensi per il possesso delle chiese monastiche rupestri di San Matteo e San Sabino, che, per evitare scandali e dissenso, si concluse con un accordo che confermava la loro esenzione da ogni diritto episcopale e parrocchiale e riduceva l’honor canonicus in un censo annuo di una libbra di cera e di una cannata di olio da versarsi a Natale e Pasqua.
Il problema dell’esenzione è alla base delle tensioni che accompagnarono gli instabili e difficili rapporti tra vescovi e monaci per tutto il XIII sec. Nella seconda metà del XIII sec, mutato il quadro politico e venuto meno quelle forme di tutela che ne avevano consentito l’espansione, la presenza cavense nella diocesi via via si ridusse a vantaggio dei vescovi che avanzavano rivendicazioni giurisdizionali talvolta sfociate in vere azioni di forza.
Il lungo e spigoloso contenzioso tra cavensi e vescovo Boemondo, riguardante il processo della Chiesa di San Matteo de domo e delle sue pertinenze, è un segnale del clima di tensione, di prevaricazione e di degenerazione istituzionale che regnava nello scenario ecclesiastico locale dominato da vescovi insolenti e riottosi, chierici rissosi, concubini e usurai, monaci poco caritatevoli.

DAL CONCILIO DI TRENTO AL 1818

La prassi di visite cognitive dei vescovi ebbe particolare impulso anche per la diocesi di Castellaneta dopo il Concilio di Trento. La prima visita pastorale si ebbe nel 1572 da parte di Bartolomeo IV Sirigo, una delle personalità più in vista nella storia della diocesi di Castellaneta, il quale, per infermità di monsignor Massarelli, aveva svolto le funzioni di segretario del concilio di Trento. Il presule resse la diocesi per trentatre anni (1544-1577), succedendo a soli ventisette anni allo zio Roberto III o Abramo da Creta. La visita si mons. Sirigo riflette un momento pregante di assestamento dell’organizzazione ecclesiastica in una diocesi situata in un’area interna in cui si erano sedimentati i caratteri originari, nel senso che si avvertivano poco le spinte riformatrici tridentine. Sotto il suo episcopato assunse rilevanza il problema dell’obbligatorietà della residenza dei vescovi nelle proprie diocesi. Infatti l’assenza era stata uno dei motivi della degenerazione dell’ordinamento ecclesiastico, per quanto attiene alla disciplina del clero, e della deviazione nel senso ereticale della religiosità popolare. Non solo, l’abbandono delle diocesi aveva dato luogo a continue erosioni del patrimonio ecclesiastico, oggetto di frequenti soprusi baronali.
La necessità del rispetto dell’obbligo della residenza fu un obiettivo perseguito nei primi decenni del XVII sec. da Antonio De Matteis, vescovo dal 1618 al 1635. Nel 1618, infatti, egli osservava che il suo impegno pastorale mirava a ripristinare nel clero e nel popolo la disciplina religiosa e morale andata in grave detrimento «propter absentiam antecessoris». A tale proposito sono significativi gli episcopati, tra il XVII e il XVIII sec, di alcuni prelati che dettero un’impronta decisiva all’organizzazione della diocesi e all’attività pastorale e di rigenerazione morale del tessuto ecclesiastico: dal citato Antonio De Matteis, abruzzese, al leccese Domenico Antonio Bernardini (1677-1696), al barese OnofrioMontesoro (1696-1722), a Blasio Bonaventura (1724-1722) di Ceppaloni, a Massenzio Filo (1733-1778) di Altamura. Accanto a questi vescovi di provenienza regnicola, vi furono anche una serie di vescovi provenienti dall’Italia settentrionale, che, per la brevità del loro episcopato o, soprattutto, per la scarsa conoscenza della realtà locale, suscitarono dissenso e tensione nel tessuto ecclesiastico: dal bresciano Aurelio Averoldi (1607-1618), al parmigiano Angelo Melchiorre (1645-1650) al milanese Carlo Antonio Agudio (1650-1673).
Nel Settecento, un secolo difficile per l’episcopato locale, si registrano qualche rinunzia e periodi più o meno lunghi di vacanza. Dopo la rinunzia del vescovo Vitetta (1764-1781) avvenuta nel 1781, la sede restò vacante sino al 1792. Poi al brevissimo episcopato di Gioacchino Vassetta(1792-1793), di appena un anno, seguì un altro periodo di vacanza di cinque anni sino al 1797, quando venne nominato vescovo Vincenzo Maria Castro che governò la diocesi sino al 1800. Ne seguì una lunga vacanza che si concluse nel 1818.
Sin dalla fine del XVI sec., dinamici interlocutori dell’episcopato furono i movimenti confraternali e le comunità regolari che ne sostennero l’attività pastorale. Il movimento confraternale inizialmente contava quattro confraternite: del Sacramento, del Rosario, del Nome di Cristo e di Santa Maria della Misericordia, quest’ultima particolarmente importante per la gestione dell’unico ospedale locale; e dalla fine del Seicento nove, con l’aggiunta di quelle della Buona Morte, di Santa Maria del Carmine, di Santa Maria «de ausilio», del Crocifisso e della Vergine Consolatrice. Le comunità religiose maschili erano presenti con domenicani, francescani riformati e cappuccini; quelle femminili sin dai primi decenni del Seicento con clarisse e cappuccine. Se si esclude la scomparse dei domenicani queste istituzioni conventuali sopravvissero al decennio francese.
In seguito al concordato tra Pio VII il re Ferdinando I di Borbone (6 febbraio 1818), il territorio della soppressa diocesi di Mottola – che comprendeva Mottola, Massafra, Palagiano e Palagianello – venne unito a Castellaneta.

LA DIOCESI DALL’OTTOCENTO AL NOVECENTO

L’episcopato del XIX e XX sec. si segnale per le molteplici iniziative sociali, per l’attività caritatevole, per l’istituzione del seminario e per la formazione del clero. Dopo una vacanza ventennale, il vescovo Salvatore Lettieri (1818-1825), eletto «cum decreti erigendi Seminarium», dovette affrontare una serie di spigolose questioni che riguardavano il risanamento morale del clero della diocesi e il ripristino, dopo settant’anni, delle visite pastorali che consentivano di superare il malumore conseguente alla soppressione di Mottola. L’azione riformatrice, tuttavia fu avviata da Pietro Lepore (1827-1850) e completata sotto l’episcopato di Bartolomeo D’Avanzo (1851-1873). In particolare Pietro Lepore, anche lui eletto «cum decreti erigendi Seminarium», durante il suo lungo episcopato dette impulso alle visite pastorali e restaurò la cattedrale ottenendo dalla Sede apostolica il ripristino di due canonicati soppressi durante il decennio francese. Anche Bartolomeo D’Avanzo portò avanti alcune riforme ecclesiastiche e dette impulso all’attività caritatevole istituendo un collegio per giovanette povere e soccorrendo i colpiti dal colera nel 1854.
Le difficoltà politiche di fine secolo limitarono l’azione pastorale di Mariano Positano (1873-1880) e Gaetano Bacile (1880-1886), i quali rivolsero le loro cure alle confraternite e alle pie unioni, potenziando quelle esistenti e favorendo la nascita di altre.
La riforma della disciplina ecclesiastica, la cura dei seminaristi, l’organizzazione delle confraternite, le opere assistenziali a favore degli organi e degli anziani, il costante esercizio della carità e l’istituzione di nuove parrocchie caratterizzarono il lungo episcopato di Agostino Laera (1910-1931), Francesco Potenza (1931-1958), Nicola Riezzo (1958-1969).
Nel 1976 alla diocesi di Castellaneta furono aggregate anche Ginosa e Laterza che per secoli erano appartenute alle circoscrizioni ecclesiastiche di Acerenza e, poi, di Matera.