Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa nella Cena del Signore

Eucaristia e servizio: un solo amore

 

Carissimi fratelli e sorelle,

questa sera la Parola di Dio ci consegna due parole che non possono essere separate: amore e servizio.

Non sono due realtà distinte, ma due volti dello stesso mistero.

Perché, se togli il servizio, l’amore resta una parola; se togli l’amore, il servizio diventa un gesto vuoto.

Il Vangelo ci ha consegnato una frase che è come una chiave: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).

“Sino alla fine” non indica soltanto un tempo, ma una misura: ossia, fino al compimento, fino all’eccesso, fino a non trattenere nulla per sé.

E questo amore prende subito una forma concreta. Gesù non fa un discorso: compie un gesto. Si alza da tavola, depone le vesti, si cinge di un asciugamano e si china a lavare i piedi (cfr. Gv 13,4-5).

È il gesto dello schiavo. È il gesto di chi serve. È il gesto più impensabile per Dio.

Eppure, proprio qui sta la rivelazione: Dio ama così.

Non dall’alto, ma dal basso. Non dominando, ma servendo. Non trattenendo, ma donando.

Questo gesto non è soltanto un esempio morale: è una rivelazione.

È la sintesi della vita di Gesù, la chiave per comprendere la croce, il modo con cui Dio salva il mondo: mettendosi ai piedi dell’uomo.

Per questo Pietro si ribella: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!» (Gv 13,8). Perché questo amore, umanamente, ci spiazza. Un Dio che serve mette in crisi le nostre idee su Dio… e anche su noi stessi.

Sant’Agostino, commentando questo gesto, scrive che Gesù non ha voluto solo purificare i discepoli, ma insegnare loro l’umiltà; e aggiunge: chi non si lascia lavare da Cristo non ha parte con lui, ma chi si lascia lavare deve a sua volta lavare i piedi agli altri (cfr. In Johannis Evangelium Tractatus, 58).

In poche parole, per Agostino, la lavanda dei piedi è il programma di tutta la vita: prima ricevere, poi donare.

Noi spesso pensiamo che amare significhi essere riconosciuti, corrisposti, valorizzati. Gesù invece mostra che amare significa donarsi:

  • anche quando non sei capito,
  • anche quando sei tradito,
  • anche quando non ricevi nulla in cambio.

Non a caso, Gesù lava i piedi anche a Giuda. E questo è un dettaglio decisivo. Perché ci dice che l’amore di Dio non è selettivo, non è meritato, non è calcolato. È gratuito. È eccedente. È senza misura.

E allora comprendiamo anche l’Eucaristia. Quando Gesù prende il pane e dice: «Questo è il mio corpo per voi» (1Cor 11,24), non istituisce soltanto un rito: consegna uno stile. Sta dicendo che la sua esistenza è tutta per noi, donata senza riserve.

Ecco perché Eucaristia e lavanda dei piedi stanno insieme.

Il pane spezzato e il grembiule sono la stessa cosa.

Nel secondo secolo, Ignazio di Antiochia chiamava l’Eucaristia «farmaco di immortalità, antidoto per non morire, ma per vivere sempre in Gesù Cristo» (Lettera agli Efesini, XX,2). Non un rito, non una cerimonia. Ma un pane che trasforma chi lo riceve.

L’Eucaristia è l’amore che si dona.

La lavanda dei piedi è quell’amore che diventa servizio concreto.

Se separiamo queste due dimensioni, svuotiamo tutto:

  • un’Eucaristia senza servizio diventa rito;
  • un servizio senza amore diventa attivismo.

Invece Gesù ci dice: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Non dice: ammirate. Dice: fate.

E qui la Parola diventa domanda per noi:  che forma ha il nostro amore?

E’ un amore che si ferma alle parole… o arriva fino ai piedi degli altri?

Perché amare, secondo il Vangelo, significa:

  • abbassarsi,
  • accorgersi di chi è stanco,
  • prendersi cura,
  • portare il peso degli altri,
  • non tirarsi indietro davanti alla fragilità.

In una parola: significa servire.

Forse questa sera dobbiamo riconoscerlo con sincerità: non è facile amare così (alla maniera di Gesù).

Perché questo amore chiede di uscire da noi stessi, di lasciare l’orgoglio, di smettere di difendere la nostra immagine, di non metterci più al centro di ogni situazione.

Eppure, è proprio qui che nasce la vita vera.

Perché – ed è il cuore di questa sera – solo chi si lascia amare così da Gesù diventa capace di amare così gli altri.

«Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8).

Prima ancora di servire, dobbiamo lasciarci servire da Lui. Prima di amare, dobbiamo lasciarci amare. Solo allora l’amore diventa possibile. Solo allora il servizio non è uno sforzo, ma è una risposta.

Carissimi,

questa sera non celebriamo un ricordo: entriamo (ci è offerta l’opportunità) in uno stile.

L’Eucaristia che riceviamo ci trasforma: ci rende un popolo che ama servendo, una Chiesa che non domina ma si china, una comunità che non si chiude ma si dona.

E allora chiediamo una grazia semplice e concreta:

  • che questa sera non passi senza lasciare un segno nella nostra vita;
  • che da questo altare possiamo uscire con un grembiule nel cuore;
  • che impariamo, ogni giorno, a riconoscere nei piedi degli altri il luogo dove Dio ci attende.

Perché è lì, proprio lì: che l’amore diventa vero!

 

+ Sabino Iannuzzi