Carissimi fratelli e sorelle,
questa mattina, in questo Santuario così caro a tutti noi e al popolo di Massafra, stiamo celebrando molto più di un anniversario annuale: facciamo memoria di una storia di fede, di una relazione viva tra Dio e il suo popolo, custodita sotto lo sguardo materno della Madonna della Scala.
Siamo dentro un particolare tempo di grazia, che abbiamo iniziato lo scorso 20 febbraio proprio qui: il 250° anniversario della proclamazione della nostra Madonna a “principalissima patrona di Massafra”. Per tutti noi non si tratta della sterile memoria del passato, ma di una chiamata a rinnovare oggi – ancora una volta – la nostra fiducia e il nostro cammino nella Vergine Maria.
La Parola di Dio che abbiamo appena proclamato sembra consegnarci proprio la chiave per comprendere e vivere questo momento.
Gesù dice una frase che non lascia spazio a equivoci: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Non dice: “Io vi indico una via”. Dice: Io sono la via. È un’affermazione, questa, che cambia tutto.
Noi siamo abituati a cercare strade: soluzioni, scorciatoie, alternative.
Anche nel cammino della fede rischiamo di cercare “vie” che ci rassicurino, che ci semplifichino la vita. Ma Gesù non offre una strada tra le tante: offre sé stesso.
La fede cristiana non è un sistema di teoremi, è una relazione. Non è un percorso da comprendere prima, ma una persona da seguire.
E questo, Gesù, lo dice in un momento particolare, quando i discepoli sono turbati e percepiscono che qualcosa sta per finire e la paura pervade la loro vita.
È la paura di ogni distacco, di ogni cambiamento. La stessa paura che abita anche in noi.
Per questo Gesù inizia così: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio… e anche in me» (Gv 14,1).
La risposta al turbamento non è un’azione di controllo, ma l’espressione di una fiducia.
E qui il Vangelo compie un passaggio decisivo: Gesù non toglie la paura, ma ci insegna dove abitare (con chi stare!) mentre abbiamo paura. Ci dice che nella casa del Padre «vi sono molte dimore» (Gv 14,2). Come a dire: con me, c’è posto; c’è spazio e nessuno è escluso.
Dio – infatti – non è un luogo chiuso. È uno spazio che accoglie. È una casa che si apre. È una relazione che fa spazio. E allora comprendiamo una cosa decisiva: la fede non è cercare un posto nella vita, ma scoprire che abbiamo già un posto nel cuore di Dio.
Questa Parola oggi incontra anche la nostra festa.
La Madonna della Scala, venerata qui da secoli, è icona credibile di questo cammino. Non è solo una devozione: è una pedagogia della fede.
Lei è la Madre che indica la via: non trattiene, ma conduce. Come l’antica immagine dell’Odigitria che veneriamo in questo Santuario: lei ci mostra Cristo. E per giungere al suo cospetto, non è forse significativo che siamo invitati a percorrere una scala di 127 scalini?
La scala è l’immagine più eloquente del cammino. Non si percorre tutta insieme. Si sale e si scende passo dopo passo. A volte con fatica. Spesso fermandosi. Sostenendone il peso. Ma sempre salendo. Così è la vita cristiana.
Lo sapeva bene Giovanni Climaco, il Padre della Chiesa del VII secolo che prese il suo stesso nome dalla scala (gr. klimax= scala): «La scala è immagine dell’ascesa verso Dio; si sale gradino per gradino, e nessuno può saltare i passi intermedi» (Scala Paradisi, Grado I). Anche noi, oggi, siamo esortati a salire.
E così è la storia del popolo di Massafra, che nei momenti difficili — come nel terremoto del 1743 — ha riconosciuto nella protezione della Madonna una presenza che non abbandona.
Oggi, a distanza di 250 anni, quella fiducia ci viene riconsegnata. Non come devozione del passato, ma come scelta del presente.
La pagina degli Atti degli Apostoli (6,1-7), che abbiamo proclamato come prima lettura, ci aiuta a capire come questa fede diventa concreta. Nella comunità nascente sorge un problema: alcuni vengono trascurati. Le vedove. I più fragili. E lì emerge una tensione.
La Chiesa non è mai stata perfetta. È attraversata da fragilità, incomprensioni, limiti.
Ma proprio lì accade qualcosa di decisivo: non si nega il problema, ma lo si trasforma in occasione. Nasce un nuovo ministero (quello del diaconato). Si allarga lo spazio. Si crea una struttura di carità.
È il segno che una comunità è evangelica non quando non ha problemi, ma quando trasforma le ferite in feritoie di amore.
E questo parla anche a noi.
In questo Santuario, in questa città, siamo chiamati a diventare: spazio.
Spazio per Dio, per gli altri e soprattutto per chi è rimasto indietro.
Perché, come ci ricorda san Pietro, «anche voi siete pietre vive» (1Pt 2,5). Non spettatori. Non utenti della fede, ma pietre vive. Cioè responsabili.
Allora oggi la domanda – fratelli e sorelle – diventa molto concreta per la nostra vita: Io sto cercando una strada… o sto decidendo chi seguire? Perché il rischio è questo: voler capire tutto prima di camminare. Voler avere certezze senza fidarsi. Tommaso rappresenta proprio questa tentazione: «Dicci dove vai, così sapremo la via» (cfr. Gv 14,5). Vuole controllare. Vuole sapere tutto prima. E Gesù risponde: non puoi sapere prima. Puoi solo seguire.
Carissimi fratelli e sorelle,
in questo anno giubilare, sotto lo sguardo della Madonna della Scala, siamo invitati a fare un passo decisivo: non dobbiamo fermarci semplicemente a cercare “la strada”, ma scegliere “Chi seguire”.
Seguire Cristo, che è la via.
Abitare il Padre, che è la casa.
Diventare Chiesa, che è spazio di accoglienza.
E, soprattutto, imparare da Maria a salire ogni giorno, passo dopo passo, anche quando il percorso è faticoso, anche quando non vediamo tutto, anche quando il cuore è turbato.
Perché la fede non elimina la fatica del cammino, ma ci assicura che non camminiamo da soli.
E allora sì, possiamo ripartire. Possiamo ricostruire. Possiamo diventare davvero un popolo che vive nella speranza, sotto lo sguardo della Madre e sulla via che è Cristo. Verso la vera ed unica casa: quella del Padre. Amen.
+ Sabino Iannuzzi

