Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per la Festa della Stella Maris

Carissimi fratelli e sorelle,

poco fa il mare ci ha visti passare: le barche, la Madonna portata sull’acqua, la benedizione del mare e la fiaccolata che ci ha accompagnati durante la processione. E ora siamo in questa piazza, davanti alla nostra chiesa parrocchiale, che ci apre le porte e ci accoglie come in un abbraccio.

Questa sera tanti segni hanno già parlato: l’acqua, le luci, le mani e le spalle di chi ha portato la statua, il cammino e la preghiera.

Per questo vorrei lasciarvi tre consegne, tre semplici pensieri, da portare a casa.

La prima. Avete visto chi ha portato la Madonna? Non uno, ma tanti e diversi tra loro. Chi davanti e chi dietro. Qualcuno che dava il cambio. Qualcuno che non portava affatto, ma reggeva le aste, faceva luce, teneva la fila. Da solo, nessuno ce l’avrebbe fatta. Ecco che cos’è una comunità. Non è un’idea: è un peso condiviso.

La Parola di Dio ci ha appena raccontato la stessa cosa.

Davide chiama a raccolta tutto Israele. L’arca del Signore viene portata «sulle spalle» dei leviti. Intorno, tutta la gente canta con arpe, cetre e cimbali, per far «udire i suoni di gioia» (1Cr 15,15-16). È la stessa scena di questa sera, semplicemente con la banda al posto delle cetre. E notate una cosa: Davide non porta l’arca, convoca, dispone, coinvolge il popolo.

Da soli non si porta niente. Il peso che spezza le spalle di uno, condiviso fra dieci, diventa più leggero e, qualche volta, come questa sera, perfino occasione di festa. Vale per una statua. Vale per la vita. Una malattia, un lutto, una sofferenza, la mancanza di lavoro: da soli possono diventare macigni; insieme si possono sostenere.

È questa la bellezza di stare insieme. Non è un accessorio della fede, ma la fede che si fa concreta. Per questo nessuno si salva da solo e nessuno di noi, da solo, riesce a fare granché.

Ma che cosa può rendere davvero fratelli persone tanto diverse tra loro? Ce lo dice il Vangelo.

Una donna, in mezzo alla folla, grida a Gesù: «Beato il grembo che ti ha portato» (Lc 11,27). È il complimento più naturale del mondo: beata la madre, beata la famiglia. Gesù non la corregge, ma aggiunge qualcosa di più grande: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28). E la prima ad aver ascoltato questa Parola è proprio lei, Maria.

Capite che cosa vuol dire per noi?

Che davanti a Dio non basta il sangue a stabilire chi è di casa. Non la residenza, non il cognome. Chi vive a Castellaneta Marina da sempre e chi è arrivato da pochi giorni, o soltanto questa sera, è ugualmente di casa. Qui nessuno è ospite, perché qui nessuno è padrone. Siamo fratelli, e basta!

E lasciate che lo dica soprattutto a chi resta qui, in questa marina, anche a settembre, quando le luci si spengono e diverse saracinesche si abbassano: la comunità siete voi, che tenete accesa la lampada tutto l’anno. E di questo ringrazio di cuore don Antonio, il vostro parroco, e quanti collaborano con lui.

Prima consegna: nessuno porta da solo. Se domani vi accorgete che state portando un peso da soli, non fate gli eroi: chiamate qualcuno, condividetelo. E se vedete qualcuno piegato sotto il suo peso, mettetevi accanto e prendetene un po’ anche voi.

La seconda cosa riguarda il nome che la tradizione ha dato alla Madonna: Stella Maris, Stella del mare.

È un nome che, nei secoli, è diventato particolarmente caro alla gente di mare. E voi sapete bene cosa significa.

La stella non ferma la tempesta. Non spegne il vento. Fa una cosa sola, ma decisiva: indica la rotta.

Quasi novecento anni fa san Bernardo scriveva a chi si sentiva sballottato dalla vita: «Se si alzano i venti, se incontri gli scogli, guarda la stella, invoca Maria». Quelle parole sono diventate quasi un’invocazione dei naviganti.

Ecco che cos’è la speranza cristiana. Non è dire che andrà tutto bene. È sapere verso quale riva stiamo andando, anche quando il mare è agitato.

E qual è quella riva?

La liturgia di questa sera ce lo dice con parole chiarissime: «La morte è stata inghiottita nella vittoria» (1Cor 15,54). Ecco la riva: una vita che non finisce più.

Tra poco, nel prefazio, lo pregheremo insieme: Maria è primizia e immagine della Chiesa: in lei vediamo già compiuto ciò che speriamo per tutti noi, e in lei Dio ha fatto risplendere «per il suo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza». Ascoltatelo bene, quando lo dirò.

E attenzione: l’Assunzione non è un privilegio che mette Maria lontano da noi. È il contrario. È una promessa fatta anche al nostro corpo. Al corpo che si stanca, che invecchia e che si ammala. Al corpo che questa sera ha portato a spalla una statua pesante. Non saremo salvati a metà. Maria è una di noi, ed è già arrivata. La traversata ha sempre una riva.

Seconda consegna: la speranza non promette il mare calmo. Dà la rotta. Quando la vita si mette di traverso, chiedete pure che la tempesta passi, ma soprattutto chiedete di non perdere la direzione.

La terza consegna è la pace. La prendo dall’ultimo gesto della prima lettura, il più semplice e il più facile da dimenticare.

Quando l’arca è entrata, «Davide benedisse il popolo nel nome del Signore» (1Cr 16,2). Finita la processione, il re non fa un lungo discorso. Semplicemente benedice. E benedice «nel nome del Signore»: non dà qualcosa di suo, passa agli altri il bene che ha ricevuto lui per primo.

C’è un modo semplice per capire se una comunità ha davvero accolto Dio: si vede da come parla degli altri.

Domenica scorsa, all’Angelus, Papa Leone XIV ha richiamato la tragedia del Sudan e poi, parlando delle vittime civili in Ucraina e in Russia, ha detto una frase che mi è rimasta nel cuore: «La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze».

Questa sera siamo in festa, ed è giusto esserlo. Ma la gioia cristiana non chiude gli occhi sul dolore degli altri e quelle parole non possiamo lasciarle fuori da questa piazza. Il mare che abbiamo benedetto poco fa è lo stesso mare nel quale, non lontano da qui, tante persone non hanno trovato una riva. Non ci sono due Mediterranei.

E la pace – fratelli e sorelle – non comincia lontano. Comincia da come parliamo del vicino di ombrellone. Da una famiglia che ricomincia a parlarsi dopo anni. Da un saluto a chi è appena arrivato e non conosce nessuno. Da un rancore che decidiamo di non lasciare in eredità ai nostri figli. Sembra poco… Ma oggi maledire è facilissimo: benedire è già un modo di resistere. Ed è alla portata di tutti. Anche stasera, uscendo da questa piazza.

Terza consegna: chi ha ricevuto Dio finisce per benedire. Prima di dormire, stanotte, benedite qualcuno: un figlio sulla fronte, un vicino con un pensiero buono, un nemico con una preghiera. Non è poco: è l’inizio della pace.

Tre parole da portare a casa

Fratelli e sorelle, se domani doveste dimenticare tutto il resto, tenete tre parole: insieme, rotta e benedizione.

Insieme, perché nessuno può portare tutto da solo.

Rotta, perché la speranza non toglie la tempesta, ma dice dove stiamo andando.

Benedizione, perché chi ha ricevuto Dio finisce col benedire.

Non è un programma. È il Vangelo di questa sera.

E adesso chiediamo alla Madonna del mare tre doni. Non per gli altri, ma per noi.

Chiediamo:

  • che impariamo a remare insieme, senza che nessuno remi contro;
  • che sappiamo offrire una luce a chi, accanto a noi, sta navigando a vista e ce n’è più di qualcuno, anche dietro un volto abbronzato e sorridente;
  • che diventiamo una benedizione: per chi abita qui tutto l’anno, per chi passa qui soltanto l’estate, per chi lavora sul mare e questa notte non dorme, e per chi, proprio adesso, sul mare sta ancora cercando una riva.

Stella Maris, prega per noi. Amen

 

+ Sabino Iannuzzi