Cari fratelli e sorelle,
buona festa a tutti.
Per me è motivo di gioia essere qui questa sera, in mezzo a voi, per la festa del nostro Patrono.
Saluto con affetto don Lorenzo Cangiulli, gli altri due parroci di Palagiano e i sacerdoti presenti, il diacono Paolo Di Benedetto.
Saluto il Signor Sindaco, l’Avv. Domiziano Lasigna, l’On. Antonio Scalera, Consigliere della Regione Puglia, e le Autorità civili e militari presenti.
Saluto tutti voi che questa sera avete scelto di essere qui per onorare San Rocco, Patrono di Palagiano dal 1853. Sono centosettantatré anni.
Per questo vorrei partire da una domanda semplice. Che cosa vuol dire, ancora oggi, avere un patrono?
La risposta ce l’ha già data un gesto.
Poco fa, prima che la celebrazione avesse inizio, il Sindaco ha consegnato a San Rocco le chiavi della città. Non è soltanto una bella tradizione.
Una chiave serve a due cose sole: aprire e chiudere. E chi tiene in mano le chiavi di una casa decide chi entra e chi resta fuori.
Consegnare a San Rocco le chiavi di Palagiano vuol dire dichiarare, davanti a tutti, che questa città non vuole vivere a porte sbarrate.
È esattamente quello che il Vangelo ci ha appena detto.
Alla fine della vita – ci ha avvertiti Gesù – il Re non ci chiederà soltanto quante preghiere abbiamo recitato, ma se quelle preghiere ci hanno aperto le mani. Ci chiederà se abbiamo aperto la porta: «ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
Il profeta Isaia lo aveva già spiegato secoli prima: a Dio non interessa il digiuno di chi si chiude in casa; gli interessa che tu porti «in casa i miseri, senza tetto» (Is 58,7). Il digiuno gradito a Dio, allora, non può fermarsi alla rinuncia al cibo: deve diventare spazio fatto all’altro.
San Rocco ha fatto proprio questo.
Era un giovane di Montpellier, rimasto orfano; vendette tutto quello che aveva e partì pellegrino verso Roma.
Lungo la strada trovò città intere colpite dalla peste.
Dove tutti scappavano, lui entrava.
Dove gli altri sprangavano le porte, lui bussava.
La sua santità non è cominciata da un miracolo: è cominciata da una porta aperta.
Vorrei che le chiavi consegnate questa sera aprissero, per noi tutti, tre porte. Tre porte che nessuno di noi può permettersi di tenere chiuse.
La prima porta è quella della comunità.
Pensiamo alla storia del nostro Santo.
Curò tanti malati, ma lui per primo non fu risparmiato dalla malattia. Allora si ritirò in un bosco, per non contagiare nessuno.
Lì di certo sarebbe morto di fame, se un cane non avesse preso l’abitudine di portargli ogni giorno un pane. E dietro il cane arrivò il suo padrone, Gottardo, che diventò poi suo discepolo.
Chi aveva salvato tutti, a un certo punto ha avuto bisogno di essere salvato. E l’aiuto gli arrivò dal più piccolo, da un animale.
È una vicenda che ci ripete una verità fondamentale: nessuno basta a sé stesso, nessuno si salva da solo.
Per questo la seconda lettura dice una frase quasi troppo grande per noi: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi» (1Gv 4,12). Cioè: Dio non lo vedi guardando in alto. Lo vedi guardando accanto a te, quando una comunità si vuole bene davvero, perché il Dio invisibile diventa riconoscibile nell’amore fraterno.
Attenzione, però: non siamo noi ad aver aperto per primi. «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10). La porta l’ha aperta Lui; a noi è chiesto soltanto di non richiuderla.
Sant’Agostino l’ha detto con quattro parole che valgono un trattato: «Ama, e fa’ ciò che vuoi» (Commento alla prima lettera di Giovanni, VII,8).
Ed è qui che si annida la prima peste dei nostri giorni: l’indifferenza.
È una malattia che non fa rumore, non dà febbre, non riempie gli ospedali, ma svuota le case.
È l’anziano che vive solo e passa giornate intere senza che il telefono squilli.
È il vicino di casa, di cui, dopo dieci anni, non conosciamo ancora il nome.
È la famiglia che assiste un malato o un figlio con disabilità e si accorge, piano piano, che gli inviti non arrivano più.
È il ragazzo che ha trecento contatti in rubrica e nessuno a cui poter raccontare come sta davvero.
Il profeta Isaia, nella prima lettura, ci ha chiesto di non «distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (Is 58,7). Ci sono povertà che non si vedono, e abitano anche fra noi: il povero non è un estraneo, è carne della nostra carne.
Una comunità che apre le porte è una comunità che guarisce.
La seconda porta è la speranza.
Guardiamo come San Rocco attraversa il buio. Prima la malattia. Poi il ritorno a casa, dove nessuno lo riconosce più, perché il male gli ha cambiato il volto. Lo scambiano per una spia e lo chiudono in carcere. E lì muore, da sconosciuto, dopo anni di prigione. Solo dopo la morte capiranno chi davvero fosse.
Eppure quella vita non è fallita.
Il Salmo che abbiamo pregato ci ha ricordato: «Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti» (Sal 111,4). E Isaia: «allora brillerà fra le tenebre la tua luce» (Is 58,10). Attenzione: né il Salmo né il profeta promettono che le tenebre non verranno. Promettono che dentro le tenebre sorge una luce.
In quel carcere Rocco non era riconosciuto da nessuno, ma era conosciuto da Dio. La speranza nasce da lì, non dalle nostre forze: non è la previsione che tutto andrà bene, è la certezza di non essere soli e che il bene fatto non va perduto.
Ed è qui che si annida la seconda peste: la rassegnazione, la convinzione che tanto non cambierà mai niente. La riconosciamo bene.
È il ragazzo che si laurea e prepara la valigia, perché qui non vede futuro.
È il lavoro che c’è, ma stagionale, sottopagato, a volte senza contratto, e non basta a mettere su famiglia.
È la sala da gioco che apre dove ha chiuso una bottega.
È la nostra terra, costretta a scegliere fra salute e lavoro, quando ha diritto a tutti e due.
È la notte passata davanti a uno schermo che promette compagnia e restituisce vuoto.
Carissimi,
dove muore la speranza, qualcosa arriva sempre a occuparne il posto: l’azzardo, l’alcol, le sostanze, l’indifferenza verso la propria vita.
Restituire speranza, soprattutto a un giovane, è, oggi, un’opera di misericordia.
La terza porta è la pace.
San Rocco, l’abbiamo visto, non muore di peste: muore per un sospetto. E il sospetto è sempre l’anticamera della violenza.
Non a caso il profeta Isaia, tra le cose da togliere di mezzo, mette «l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio» (Is 58,9).
Le guerre non cominciano con le armi. Cominciano molto prima, nelle parole: quando l’altro smette di avere un volto e diventa un’etichetta, un problema, una minaccia.
Succede lo stesso anche nelle nostre case:
- la lite tra fratelli per un’eredità che dura vent’anni;
- la parola detta alle spalle che rovina una reputazione in un giorno;
- il commento scritto sui social da tanti leoni da tastiera che nessuno avrebbe il coraggio di ripetere guardando negli occhi.
E mentre noi siamo qui, in troppe parti del mondo si continua a morire, e il rischio è che ci si abitui.
È la terza peste: l’assuefazione all’odio.
Domenica scorsa Papa Leone XIV, all’Angelus, ha detto con grande chiarezza: «La guerra non fa che generare altra guerra e provoca enormi sofferenze» (Angelus, 9 agosto 2026).
Sono parole da tenere bene a mente perché la guerra non risolve: purtroppo moltiplica.
Ogni colpo ne chiama un altro, e alla fine il conto lo pagano sempre gli innocenti.
Noi da questa piazza di certo non abbiamo la possibilità di fermare i cannoni o i droni militari. Ma possiamo – se lo vogliamo – disarmare le nostre parole: in famiglia, tra vicini, nel dibattito pubblico, sui telefoni, sui social.
«Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio» (1Gv 4,16). La pace del mondo comincia dalla pace di un pianerottolo e di un vicinato.
L’antica preghiera a San Rocco dice: «Tu eris in peste patronus» (Tu sarai patrono nella peste).
Questa sera gliela ripetiamo, ma per pesti che non hanno più il nome di allora.
Indifferenza, rassegnazione, odio: non si contano nei lazzaretti e non si misurano con la febbre, eppure sono contagiose esattamente come quelle antiche.
Si trasmettono per contatto: uno che si chiude ne chiude altri dieci; una parola cattiva ne genera cento.
E si vincono come allora: non fuggendo, ma entrando; non sprangando, ma aprendo.
Cari fratelli e sorelle, le chiavi della città restano nelle mani di San Rocco soltanto se restano anche nelle nostre.
Ogni volta che qualcuno visita un malato, accoglie uno straniero, dà lavoro con giustizia, perdona un vicino, ridà fiducia a un figlio, quella chiave gira e una porta si apre.
Ce lo ha detto il Signore stesso, e su questo saremo giudicati: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
Ecco che cosa vuol dire avere un patrono: non qualcuno a cui delegare la nostra salvezza, ma qualcuno – amico e modello di vita – che ci insegna da che parte si apre la porta.
San Rocco, patrono nella peste, custodisca sempre Palagiano e ci aiuti a tenere la porta sempre aperta.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

