Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Celebrazione della Passione del Signore

LA CROCE: FORZA DI UN AMORE CHE NON FUGGE

Fratelli e sorelle,

questa sera la liturgia non ci chiede di fare molti ragionamenti. Ci invita piuttosto a fermarcie a guardare. A guardare la croce!

E forse, se siamo sinceri, questa croce non è facile da accogliere.

Il profeta Isaia lo ha detto con parole molto forti: «Non ha apparenza né bellezza… disprezzato e reietto dagli uomini» (Is 53,2-3).

È vero: la croce non attira. Non affascina. Non consola immediatamente.

Eppure… restiamo qui. Perché, nel profondo, avvertiamo che proprio lì c’è qualcosa che ci riguarda.

Ascoltando con attenzione il racconto della Passione, ci accorgiamo che in essa non è solo narrata la storia di Gesù. È anche la nostra storia.

C’è Pietro che ha paura e risponde alla giovane portinaia: «Non lo sono» (Gv 18,17). Come a dire: non lo conosco!

C’è la folla che sceglie Barabba (cfr. Gv 18,40).

Ci sono i soldati che deridono.

C’è Pilato che non trova il coraggio di decidere.

E mentre ascoltavamo… abbiamo percepito che queste parole, questi atteggiamenti, non sono poi così lontani da noi.

Quante volte anche noi abbiamo preso le distanze, abbiamo preferito altro, abbiamo scelto la via più facile.

Ma dentro questo intreccio di rifiuto e di violenza accade qualcosa di sorprendente. Gesù non reagisce come ci aspetteremmo.

Quando Pietro impugna la spada, Gesù gli dice: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11). È una parola che spiazza. Perché tutti pensiamo che il male si vinca opponendo forza alla forza. E invece Gesù sceglie un’altra via – non è la via della debolezza – ma la via di un amore che si rifiuta di diventare violenza.

Ed è qui che, forse, nasce davvero la pace: non quando vinco sull’altro, ma quando rinuncio a distruggerlo.

Guardando la croce, possiamo allora iniziare a capire qualcosa. Quell’uomo inchiodato non è uno sconfitto. È uno che sta amando fino alla fine. Lo aveva detto all’inizio: «Li amò sino alla fine» (Gv 13,1). E sulla croce quell’amore diventa visibile, concreto, irreversibile. Isaia ce lo ha ricordato: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze» (Is 53,4).

Dio non resta fuori dal dolore. Non guarda da lontano. Vi entra. Si lascia ferire. Si fa carico.

San Gregorio Nazianzeno, padre della Chiesa del IV secolo, lo ha espresso con una frase di straordinaria densità: «Ciò che non è stato assunto non è stato guarito» (Epistula 101). Dio, in Gesù, ha assunto tutto: la stanchezza, il tradimento, la solitudine, la morte. Proprio perché li ha vissuti dall’interno, può guarirli dall’interno. Questa è la cura di Dio. Non una soluzione rapida, ma una presenza che resta.

E forse qui tocchiamo qualcosa che ci riguarda molto da vicino. Perché anche noi, davanti al dolore degli altri, siamo tentati di fare due cose: o fuggire… o voler risolvere in fretta.

Gesù invece resta!

Resta sulla croce. Resta dentro la ferita. E ci insegna che prendersi cura non significa avere tutte le risposte, ma avere il coraggio di non andarsene.

Tra poco compiremo un gesto. Ci avvicineremo alla croce.

La baceremo.

Un gesto semplice, quasi povero. Eppure, decisivo.

Perché la fede, alla fine, passa sempre dai gesti.

Gesù non ci ha salvati con un discorso, ma con una parola ed un atto insieme: «disse: “E’ compiuto!” E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30).

Un gesto totale. Sant’Agostino, commentando proprio queste parole, osserva: «Non disse “sono esausto”, ma “è compiuto”. Come se dicesse: tutto ciò che era stato annunciato si è adempiuto, tutto ciò che era stato promesso è stato portato a termine» (In Iohannem tractatus, 119,6). Non un’agonia, dunque, ma un compimento. Un atto d’amore portato fino in fondo.

E allora viene spontaneo chiederci: i nostri gesti… che cosa dicono? Perché sono i gesti che costruiscono o feriscono: una parola detta senza cura può ferire profondamente; un gesto di attenzione può rialzare una vita; una presenza discreta può accendere speranza.

Fratelli e sorelle,

questa sera non siamo qui solo per ricordare. Siamo qui per lasciarci cambiare.

La croce non ci chiede di essere spiegata. Ci chiede di essere accolta.

E forse, mentre la baceremo, potremmo dire nel cuore una cosa molto semplice:

Signore, insegnami a restare.
Signore, insegnami a prendermi cura.
Insegnami a costruire pace.
I
nsegnami gesti che non feriscono, ma guariscono.

Perché solo chi impara a stare sotto la croce…impara davvero ad amare.

Amen!

 

+ Sabino Iannuzzi