Carissimi fratelli e sorelle,
in questa sera, mentre l’anno civile si conclude, la Chiesa ci chiede di sostare su di una soglia, perché non celebriamo semplicemente una fine, ma riconosciamo una pienezza.
Infatti, la liturgia che stiamo vivendo – nei primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio – ci consegna una parola decisiva: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).
Il tempo, dunque, non è un contenitore neutro, né una corsa che ci sfugge di mano. Il tempo è il luogo scelto da Dio per farsi vicino (prossimo), per entrare nella nostra storia ed abitarla dall’interno. Per questo, da quando il Figlio è nato da donna, nessun frammento di tempo (di storia) è estraneo a Dio.
Allora, alla fine dell’anno, non ci viene chiesto di fare bilanci, come ogni azienda che si rispetti, ma piuttosto di rendere grazie. L’Eucaristia che celebriamo è già, in sé stessa, un grande “grazie”, e il Te Deum che canteremo, alla fine, ne è il sigillo solenne.
«Ogni giorno ti benediciamo, lodiamo il tuo nome per sempre», canteremo proprio nel Te Deum. Ogni giorno, non solo in quelli riusciti, positivi e di per sé luminosi, ma anche in quelli faticosi e in certo qual modo laboriosi (in quelle giornate che potremmo definire: nere (!), come in gergo si è soliti dire).
La Parola di Dio ci ha ricordato che il tempo è sotto il segno della benedizione: «Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,26).
Il volto di Dio – fratelli e sorelle – non si è distolto da noi in questo anno che si chiude.
Anche quando il suo passaggio è stato discreto, anche quando ci è sembrato silenzioso o apparentemente assente, il suo volto è rimasto rivolto verso il suo popolo.
Ma non solo.
In questa sera, siamo invitati a guardare a Maria, Madre di Dio, donna che ha saputo abitare il tempo. Infatti, il Vangelo ci dice che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
Maria non consuma il tempo, non lo subisce, non lo riempie di parole inutili: lo custodisce.
In lei impariamo che il tempo diventa fecondo quando è accolto, ascoltato e interiorizzato.
Alla luce di questa Parola, mi tornano alla mente alcune frasi della poesia-preghiera «Perché sono nato, dice Dio» di Lambert Nolen, che ha accompagnato l’itinerario della Novena in preparazione al Natale qui in Cattedrale e che questa sera possono aiutarci a rileggere l’anno trascorso:
«Sono nato di notte, dice Dio,
perché tu creda che io possa
illuminare qualsiasi realtà»
Quante notti ha attraversato anche il nostro tempo: notti personali, familiari, ecclesiali, sociali. Notti di incertezza, di attesa, di paura.
Eppure, Dio non ha smesso di nascere proprio nelle notti, come a Betlemme.
La notte non è stata l’ultima parola e il tempo buio non è stato un tempo vuoto.
E ancora:
«Sono nato povero,
perché tu possa considerarmi
l’unica ricchezza»
Alla fine dell’anno restano poche cose davvero essenziali: i volti incontrati, i legami custoditi, i gesti di fraternità vissuti.
Questa sera, la presenza qui in Cattedrale delle cinque comunità parrocchiali della nostra Vicaria di Castellaneta è un segno eloquente: il tempo diventa grazia quando è condiviso, quando non è vissuto da soli, quando si fa cammino comune. E sappiamo quanto non sia facile viverlo!
Il Te Deum che canteremo ci farà compiere un gesto profondamente simbolico: la Chiesa pellegrina sulla terra unisce la sua voce a quella del cielo.
Apostoli, martiri, profeti, santi: tutti cantano la fedeltà di Dio che attraversa i secoli, perché il tempo presente è già aperto all’eternità.
«Tu siedi alla destra di Dio… Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi», canteremo nel Te Deum: il nostro tempo non corre verso il nulla, ma verso un compimento.
Il Giubileo, che da poco abbiamo concluso a livello diocesano, ci ha educati proprio a questo sguardo: il tempo non è solo ciò che passa, ma un καιρός, un tempo favorevole, un tempo visitato dalla misericordia del Signore.
Abbiamo imparato che la speranza non è evasione, ma responsabilità; non è rinvio, ma impegno nel presente.
E allora, alla soglia dell’anno nuovo, lasciamoci raggiungere dall’ultima, decisiva espressione di Nolen:
«Sono nato nella tua vita, dice Dio,
per portare tutti alla casa del Padre.»
Ecco il senso ultimo del tempo: condurci a casa (la nostra vera dimora, quella che darà significato a tutto il tempo vissuto), non individualmente, ma come popolo di Dio in cammino.
Il tempo ci è donato perché impariamo a camminare insieme, a riconoscerci figli, a vivere da fratelli.
Tra poco canteremo: «Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».
Si, fratelli e sorelle, non saremo confusi perché il tempo non è in balìa del caso. È custodito nelle mani di Dio. E a Lui, con cuore riconoscente, dobbiamo affidare (sempre e di nuovo!) ciò che è stato e ciò che verrà.
Signore Dio della storia e della salvezza,
ti rendiamo grazie per l’anno che si compie:
per i giorni luminosi e per quelli faticosi,
per le attese colmate e per quelle ancora aperte.
Tu che hai mandato il tuo Figlio
nella pienezza del tempo (Gal 4,4),
insegnaci ad abitare il tempo che ci doni
come spazio di grazia e di conversione.
Donaci occhi capaci di riconoscere
i segni della tua presenza,
cuori capaci di custodire, come Maria,
ciò che non comprendiamo subito (Lc 2,19).
Rendi la nostra Chiesa una comunità
che cammina nella speranza,
che sa dire grazie e sa affidarsi,
che non teme il futuro perché confida in Te.
Sia sempre con noi la tua misericordia:
in Te abbiamo sperato.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

