Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per la Dedicazione della nuova Chiesa di San Leopoldo Mandic in Massafra

Carissimi fratelli e sorelle,

con profonda gioia saluto tutti voi che partecipate a questa solenne celebrazione: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, il parroco don Michele Quaranta, le autorità civili e militari presenti. Rivolgo un saluto particolare alla Sindaca di Massafra, la Dott.ssa Giancarla Zaccaro, insieme ai rappresentanti delle istituzioni della Regione Puglia e della Provincia di Taranto. Saluto con riconoscenza i tecnici, i progettisti, le maestranze e tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo edificio. E naturalmente saluto voi, carissimi fedeli della comunità parrocchiale di San Leopoldo Mandić, che oggi vedete compiersi un desiderio coltivato per non pochi anni.

Questa celebrazione non è semplicemente l’inaugurazione di un edificio.

Oggi la Chiesa compie un gesto molto più profondo: dedica questo luogo a Dio. Da questo momento questa casa viene riservata stabilmente alla preghiera, alla celebrazione dei sacramenti, all’ascolto della Parola e alla vita del popolo di Dio.

Un edificio diventa chiesa quando viene consegnato al Signore perché qui Egli continui a radunare il suo popolo.

Per questo la dedicazione non riguarda soltanto queste mura. Riguarda soprattutto la comunità che qui si raccoglierà.

Una chiesa non è fatta prima di tutto di pietre, ma di persone che il Signore chiama, perdona, nutre e manda nel mondo.

La storia di questa comunità lo ricorda con molta chiarezza. Prima ancora che sorgesse questo edificio, esisteva già una comunità viva. La parrocchia fu pensata nella metà degli anni 80 e canonicamente fu eretta nel 1991. Da allora tanti passi sono stati compiuti, fino alla posa della prima pietra di questo edificio il 14 maggio 2017. Oggi questa lunga attesa è giunta a compimento.

Ed allora è più che doveroso fare memoria delle persone che hanno accompagnato questo cammino.

Il pensiero va anzitutto a don Giovanni Nardelli, il parroco che ha dato forma ai primi passi della comunità. Non è un dettaglio secondario che questa dedicazione avvenga proprio nel giorno anniversario – il ventiquattresimo anno – della sua morte. È come se il Signore ci ricordasse che le opere di Dio nascono sempre dalla fedeltà silenziosa di tante persone che seminano senza che abbiano a vedere sempre il frutto.

Con riconoscenza ricordiamo anche il servizio dei parroci che si sono succeduti: don Rocco Martucci, don Fernando Balestra, don Lorenzo Bonfanti, don Witold Kopec e don Andrea Cristella.

Un grazie sincero desidero rivolgerlo a don Michele Marco Quaranta, che dal settembre 2011 guida questa comunità. In questi anni ha accompagnato con dedizione e pazienza il percorso che oggi trova il suo compimento. Dietro questa celebrazione non c’è soltanto una fabbrica fatta di cemento e mattoni. C’è un cantiere umano e spirituale, fatto di decisioni, di responsabilità, di attese e di non poche fatiche condivise. Insieme a lui ringrazio i suoi collaboratori e tutti coloro che hanno sostenuto questo cammino.

Un ringraziamento particolare, infine, ma non da ultimo, va alla Conferenza Episcopale Italiana, che attraverso i fondi dell’8xmille, insieme alle risorse della Diocesi di Castellaneta, della stessa Parrocchia e di alcuni benefattori, ha reso possibile l’edificazione di questo edificio sacro. Anche questo è un segno concreto di comunione e di restituzione: perché quando i doni vengono condivisi, diventano luoghi dove la fede può crescere e generare vita.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato – con tre luci particolari – ci aiuta a comprendere il significato più profondo di ciò che stiamo celebrando.

Quando il popolo d’Israele tornò dall’esilio, si radunò per ascoltare di nuovo la Legge del Signore. L’ascolto della Parola fece emergere commozione e lacrime, ma a quel popolo venne ricordato qualcosa di decisivo: «Questo giorno è consacrato al Signore vostro Dio; non fate lutto e non piangete… la gioia del Signore è la vostra forza» (Ne 8,9-10).

Ogni comunità rinasce quando torna ad ascoltare Dio. Non bastano le mura di una città e non bastano neppure quelle di una chiesa. Senza la Parola che illumina e converte il cuore, ogni costruzione – purtroppo – resta incompiuta.

Per questo il primo compito di questa chiesa sarà molto semplice e molto grande: qui dovrà risuonare la Parola di Dio. Qui uomini e donne verranno per cercare luce, per comprendere la propria vita e per lasciarsi interrogare dal Vangelo.

La seconda parola che illumina questa celebrazione ci ricorda che la vera costruzione non è fatta di pietre ma di persone.

L’apostolo Paolo scrivendo alla comunità di Efeso così esortava: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,19-20).

Solo intorno a Cristo una comunità diventa famiglia, popolo e dimora di Dio.

Questa chiesa sarà davvero bella non solo per l’armonia architettonica delle sue linee, ma se qui crescerà una comunità capace di accogliere, di perdonare e di condividere.

Una chiesa “splendida” non servirebbe a nulla se dentro rimanessero cuori chiusi o relazioni ferite. Il Signore non cerca edifici perfetti, ma comunità vive.

Infine, il Vangelo proclamato illumina tutto con una frase sorprendente. Gesù, alzando il suo sguardo, tra tanta folla assiepata, guarda Zaccheo e gli dice: «scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5).

È un invito-proposta che rivela il cuore del Vangelo. Dio non rimane lontano. Non osserva la vita degli uomini da spettatore. Vuole entrare nelle loro case, nelle loro storie, nelle loro ferite.

La salvezza – fratelli e sorelle – comincia quando qualcuno lascia entrare Gesù nella propria casa. E infatti il racconto si conclude con una parola decisiva: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza» (Lc 19,9).

Ecco, allora, il significato più bello di questa chiesa: è una casa dove Cristo continua a entrare nella vita delle persone.

Qui Egli continuerà a dire a tanti uomini e donne: oggi voglio fermarmi nella tua vita, nella tua famiglia e nelle tue fatiche.

Non è casuale allora che questa Parrocchia sia dedicata a San Leopoldo Mandić. La sua vita è stata interamente consumata nel ministero della misericordia. Lui non ha mai cercato visibilità, protagonismo o grandezza. Ha scelto il luogo più umile e più decisivo della vita della Chiesa: il confessionale. Lì ha accolto migliaia di persone, ascoltando, consolando e, soprattutto, riconciliando.

San Leopoldo ha mostrato con la sua vita che Dio non si stanca mai di perdonare. Per questo la sua figura continua a parlare in modo particolare anche a chi attraversa la prova della malattia. E non è un caso che i malati oncologici lo sentano vicino come un intercessore e un compagno di cammino.

Questa chiesa, intitolata a lui, custodisca sempre questo volto della fede: la misericordia, la vicinanza a chi soffre, la capacità di accogliere ogni persona senza giudicarla, imparando a “disarmare sempre più i nostri linguaggi” (Papa Leone XIV)

Carissimi,

oggi dedichiamo un edificio, ma in realtà celebriamo qualcosa di più grande: Dio continua ad abitare in mezzo al suo popolo.

Entrando in questa chiesa ognuno possa sentirsi chiamato per nome.

Qui si venga per pregare, per ascoltare, per chiedere perdono e trovar consolazione.

Qui le famiglie possano ritrovare speranza.

Qui i giovani possano scoprire il Vangelo come una strada luminosa per la loro vita.

Qui i malati possano sentirsi custoditi e accompagnati.

E ogni volta che usciremo da questa chiesa, ricordiamoci che la vera dedicazione continua fuori da queste mura: nelle nostre case, nel lavoro, nelle relazioni quotidiane.

San Leopoldo Mandić accompagni questa comunità. Custodisca i suoi sacerdoti. Sostenga i malati e chi vive momenti di prova. Renda questa parrocchia una casa dove la misericordia di Dio sia sempre possibile.

E questo luogo, consacrato oggi al Signore, ricordi a tutti una verità semplice e decisiva: Dio non si è stancato – e mai si stancherà – di abitare tra gli uomini.

Amen.

+ Sabino Iannuzzi