Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per la Festa Patronale di Maria SS. delle Grazie a Palagianello

Carissimi fratelli e sorelle,

buona Pasqua e buona festa della Madonna!

In questo giorno così caro alla fede e alla storia di Palagianello, saluto con affetto don Rocco Martucci, parroco di questa comunità, i sacerdoti presenti, il diacono, il Comitato Festa e tutti voi che siete convenuti per onorare la Madonna delle Grazie, patrona di questa comunità cittadina.

Rivolgo inoltre il mio deferente saluto alle autorità civili e militari, ad iniziare dal Sindaco, il carissimo Giuseppe Gasparre.

Questa mattina non siamo radunati soltanto per ripetere una consuetudine. Siamo qui per riconoscere che vi sono gesti che attraversano il tempo non perché appartengano al passato, ma perché conservano un significato permanente. Come, ad esempio, la consueta consegna delle chiavi della città alla Vergine, da parte del Sindaco, segno:

  • di una comunità che riconosce di non bastare a sé stessa;
  • che non vuole fondarsi soltanto sulle proprie forze;
  • di un popolo che, pur conoscendo le fatiche, le attese e le fragilità della vita quotidiana, sa di avere bisogno di una protezione più alta, di una prossimità materna, di una luce che venga da Dio.

La liturgia di questo Lunedì dell’Ottava di Pasqua ci aiuta a comprendere il senso di ciò che oggi celebriamo.

Il Vangelo ci presenta le donne che, «abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28,8).

È una scena densissima.

C’è il sepolcro, luogo della morte e della delusione; c’è il timore, che dice lo smarrimento umano davanti a ciò che supera i nostri calcoli; ma c’è anche la gioia grande, che nasce quando Dio apre un varco là dove tutto sembrava chiuso. E soprattutto c’è un movimento: le donne non restano ferme. Partono. Corrono. Si mettono in cammino.

La loro non è di certo una fede perfetta, ma è una fede vera, segnata dalla memoria della croce e dal vuoto silenzio del sabato.

Eppure, proprio dentro questa memoria ferita, Dio accende una possibilità nuova.

La Pasqua – fratelli e sorelle carissimi – non cancella il dolore, ma impedisce che questo abbia l’ultima parola.

Non elimina le fatiche della storia, ma introduce una potenza diversa: la fedeltà di Dio, che è più forte della morte.

Da qui, si comprende che la speranza cristiana non nasce dall’ingenuità, né dall’allontanamento dei problemi. Nasce dalla certezza che Dio è capace di aprire strade nuove quando gli uomini vedono soltanto pietre chiuse e orizzonti sbarrati.

È questa la fede pasquale consegnata anche alla nostra comunità: non una semplice emozione religiosa, ma una visione della vita.

E proprio mentre le donne sono in cammino verso i fratelli, accade l’imprevisto decisivo: «Ed ecco, Gesù venne loro incontro» (Mt 28,9). Questo è il cuore del messaggio pasquale: Cristo risorto si lascia incontrare da chi è in cammino, da chi non resta fermo, da chi esce da sé per andare verso gli altri. Non si incontra il Risorto restando immobili, ma camminando, andando, affidandosi.

La connessione con la Vergine Maria è a questo punto essenziale.

C’è una pagina evangelica, quella della Visitazione, che può illuminare con forza particolare il senso di questa festa.

L’evangelista Luca dice che «Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa» (Lc 1,39).

Questa fretta non è agitazione; è disponibilità.

Non è evasione; è missione.

Come le donne del mattino di Pasqua, anche Maria è raggiunta da Dio e subito si mette in cammino: perché, come scrive sant’Ambrogio, la grazia non sopporta ritardi (cfr. Expositio Evangelii secundum Lucam II, 19). Chi è abitato dallo Spirito non può trattenersi: l’incontro con Dio non chiude, ma apre. Maria non trattiene la grazia per sé; la porta e la condivide. Non la possiede come un privilegio geloso; la lascia transitare attraverso la sua vita. Per questo San Bernardo la definiva come «l’acquedotto costruito meravigliosamente da Dio» e noi la invochiamo come Madonna delle Grazie: non perché distribuisca favori in modo magico, ma perché ciò che Dio opera in lei diventa consolazione, sostegno, intercessione per il suo popolo.

Chiediamoci: quali porte, allora, devono essere aperte nella nostra comunità perché la grazia di Dio continui a transitare?

Le stesse porte di cui, consegnando le chiavi alla Vergine, imploriamo la custodia.

Anzitutto, le porte dei cuori, spesso irrigiditi dalla delusione.

Le porte delle nostre case, perché nessuno si senta straniero o abbandonato.

Le porte delle relazioni civili, perché il bene comune sia un compito condiviso e non una formula astratta.

Le porte della speranza, perché il male più sottile non è il peccato evidente, ma la rassegnazione che spegne il desiderio di bene.

Il Vangelo ci pone però anche davanti a due logiche opposte, e vale la pena nominarle con chiarezza.

Da una parte ci sono le donne, che accolgono il disorientamento della Pasqua e si lasciano condurre oltre la paura.

Dall’altra ci sono le guardie e i capi dei sacerdoti, che cercano di chiudere tutto dentro una menzogna interessata (cfr. Mt 28,11–15).

Anche oggi si può scegliere la logica del controllo e della paura; oppure la logica del Vangelo, che è quella della fiducia, della verità e della speranza.

Chi sceglie questa seconda logica diventa testimone.

Ed è esattamente ciò che la prima lettura ci mostra: Pietro, che durante la passione aveva conosciuto la paura e il cedimento, ora si alza in piedi e proclama: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32).

La Risurrezione non resta un fatto chiuso nell’intimità dei discepoli; diventa parola pubblica, annuncio che entra nella città e nelle relazioni umane.

La Pasqua genera testimoni credibili — non semplici devoti — uomini e donne che, toccati dalla vita nuova di Cristo, non possono più vivere come prima.

L’intercessione di Maria non ci dispensa da questa scelta; ce la rende più consapevole.

Il suo patrocinio non è una formula magica; è una chiamata a riconoscere che ogni autentico servizio al bene per gli altri passa da una coscienza retta e da un cuore aperto.

«Non temete» (Mt 28,10): questa è la prima parola del Risorto.

Ed è anche la parola che oggi consegniamo a questa comunità.

Non temere nelle prove, non temere nelle sfide, non temere nel futuro. Perché Cristo è risorto e Maria cammina sempre insieme con te.

O Maria, Madonna delle Grazie, Patrona di Palagianello, tu che ti sei alzata e sei andata in fretta, insegnaci a non restare fermi dinanzi alle paure del nostro tempo.

Insegnaci ad aprire le porte del cuore a Cristo risorto.

Insegnaci a portare agli altri la grazia che abbiamo ricevuto.

Custodisci questa comunità, accompagna le sue famiglie, sostieni chi la guida, conforta chi soffre, ridesta in tutti il desiderio del bene.

E fa’ che, nella luce della Pasqua, Palagianello sia sempre più una comunità visitata dalla grazia e capace di diventare, per tutti, casa di speranza. Amen.

 

+ Sabino Iannuzzi