Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per l’apertura dell’Anno Giubilare in occasione del 250° anniversario del Patrocinio della Madonna della Scala

È bello ritrovarci insieme questa mattina, qui, nel cuore della gravina, per dare inizio ad un Anno Giubilare che coincide con i 250 anni dalla proclamazione della Madonna della Scala come Principalissima Patrona della città di Massafra.

Non stiamo ricordando semplicemente un evento tramandato dalla storia; celebriamo, piuttosto, una presenza per le nostre vite. Non custodiamo soltanto una tradizione; siamo invitati a rinnovare un affidamento.

Saluto caramente, il Rettore di questo Santuario, don Nino Pensabene, il Vicario foraneo, don Giuseppe Ciaurro, i presbiteri e il diacono presenti.

Rivolgo, inoltre, un deferente saluto alle autorità civili e militari qui convenute, ad iniziare da:

  • S.E. Ernesto Liguori, Prefetto di Taranto,
  • l’On. Vito De Palma,
  • la Signora Sindaca, la Dott.ssa Giancarla Zaccaro con l’amministrazione comunale di Massafra,
  • il Capitano dei Carabinieri Gerardo Manzolillo,
  • il Capitano Francesco Porzia della Guardia di Finanza,
  • il Comandante della Polizia Locale, il Dott. Mirko Tagliente,
  • così come ciascuno di voi, carissimi fratelli e sorelle.

La preghiera della Regina Ester – che abbiamo ascoltato nella prima lettura – sgorga in un tempo di particolare prova per lei: era stata «presa da un angoscia mortale» (Est 4,17a).

Ester è una donna che non nasconde la paura, mostra tutta la sua umanità, ma è consapevole che l’Amore tutto trasforma e, per questo, cerca rifugio presso il Signore: «Aiutami, perché sono sola e non ho nessuno all’infuori di te» (Est 4,17k). È questa la sua preghiera fiduciosa.

È la voce di chi – nell’umiltà del suo vissuto, seppur nei fasti della casa reale – riconosce la propria fragilità e non si appoggia unicamente sulle proprie forze. È un atto di fede, di fiducia che nasce dalla verità.

La festa del patrocinio di quest’anno, fratelli e sorelle, si colloca all’inizio di un tempo liturgico particolare, denso di significato per la vita cristiana. In sintonia con la scelta di Ester, ci viene ricordato che la Quaresima comincia proprio così: non da un gesto esteriore, ma dal cuore che si lascia toccare, che si rende disponibile ad accogliere l’invito a ritornare all’essenziale, che è lo specchio della verità stessa.

Dentro questa verità risuona ancora una volta l’invito con cui il salmista ci ha esortati a pregare: «Benedici il Signore, anima mia, [e] non dimenticare [abbi memoria di] tutti i suoi benefici» (Sal 102,2).

La memoria – come quella di un patrocinio – è anzitutto gratitudine, ma anche responsabilità, coscienti che il Signore è «misericordioso e pietoso… lento all’ira e grande nell’amore» (Sal 102,8).

E se questa è la misura dell’agire di Dio, tale dovrà essere anche la misura delle nostre relazioni.

La nostra vera identità – carissimi fratelli e sorelle – ci è consegnata con chiarezza, come ricorda l’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

E tutto questo ci ha trasmesso il dono della libertà: «Non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede» (Gal 4,7).

Vivere da figli, allora, significa imparare a vivere da fratelli.

Perché la vera fede non isola, ma raduna; non separa, ma genera comunione.

Il Vangelo, infine, ci ha riportato lì ai piedi della Croce con un verbo semplice e immenso: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…» (Gv 19,25).

Stavano.

Sono persone che non fuggono, non reagiscono con rabbia, non pretendono spiegazioni. Semplicemente: stanno!

Il loro stare è fatto di silenzio “forte”, il silenzio di chi ama. La fedeltà di chi rimane quando tutto sembra crollare.

“Stare”, come la Vergine Maria e Giovanni, il discepolo amato e le donne, carissimi fratelli e sorelle, non è un atteggiamento passivo: è una decisione.

È scegliere di non abbandonare.

È abitare la prova senza lasciarsi vincere dalla paura.

In quel “stare” c’è già una profezia per noi.

La comunità non si costruisce con entusiasmi momentanei, ma con la capacità di stare, anche nella sofferenza!

Stare accanto, stare nelle fatiche, stare anche quando non tutto è chiaro.

Senza questo verbo, ogni relazione diventa fragile.

E proprio mentre Maria sta, nasce qualcosa di nuovo: «Donna, ecco tuo figlio»; «Ecco tua madre» (Gv 19,26-27).

Nel momento della consegna totale, Gesù non lascia nella solitudine, ma affida gli uni agli altri.

«E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,27).

La Croce – allora – diventa luogo di legame.

La fine diventa un nuovo inizio.

Da quell’ora – l’ora dello stare presso la Croce – nasce uno stile: custodire l’altro come un dono ricevuto.

Questo Anno Giubilare, carissimi fratelli e sorelle, può essere per Massafra “quella stessa ora”: un tempo in cui imparare di nuovo a stare insieme, con pazienza e rispetto. Non ignorando le differenze, ma vivendo la diversità con maturità.

Papa Leone XIV, fin dall’inizio del suo ministero, richiama continuamente la Chiesa a camminare insieme, scegliendo linguaggi che non feriscono, perché la pace evangelica è uno stile disarmato e disarmante: disarmato, perché rinuncia alla logica dello scontro; disarmante, perché sorprende con la mitezza.

 

Se il Signore è «misericordioso e pietoso» (Sal 102,8), anche le nostre parole possono e devono diventare più miti.

Se siamo figli (Gal 4,7), possiamo scegliere atteggiamenti da fratelli.

Se Maria sta (Gv 19,25), anche noi possiamo imparare a restare nelle relazioni, senza abbandonarle alla prima difficoltà.

 

Ritrovare il senso della comunità, allora, non significa idealizzare la realtà.

Significa, piuttosto, accettare che la comunità è un dono fragile, da custodire come in vasi d’argilla. Significa riconoscere che nessuno si salverà – e sarà felice – da solo.

Significa scegliere di stare, prima ancora di discutere.

 

La Madonna della Scala, che da 250 anni accompagna questa città, continui a insegnarci questo verbo essenziale:

stare nella fede,

stare nella speranza,

stare nella carità.

All’inizio di questo Anno Giubilare chiediamo la grazia di diventare una comunità capace di presenza, di pace e di responsabilità condivisa.

Che questo tempo sia occasione di rinnovamento interiore e di crescita serena. Così che, come il discepolo amato dal Signore, anche noi sappiamo accogliere il dono che ci sarà affidato.

Amen.

+ Sabino Iannuzzi