Carissimi,
siamo radunati nel Cenacolo della nostra Chiesa Cattedrale con un sentimento che unisce gratitudine e consapevolezza, perché la Messa crismale non è soltanto uno dei momenti più significativi dell’anno liturgico, ma è la manifestazione più alta del mistero della Chiesa: un popolo convocato nella comunione, che già anticipa la Pasqua di Resurrezione e ne respira il profumo come promessa di vita nuova.
Saluto ciascuno di voi – carissimi fratelli e sorelle – con affetto sincero e riconoscente. E in questo momento così intenso il pensiero va in modo particolare ai nostri presbiteri: uomini unti, scelti per rendere visibile il Signore, spesso nel nascondimento e nella fatica quotidiana. A loro va la nostra gratitudine e la nostra preghiera.
Ringrazio il Vicario generale, Mons. Renzo Di Fonzo, per le parole augurali che ha voluto esprimere all’inizio della celebrazione, e mi unisco al rendimento di grazie al Signore per i fratelli che ricordano in quest’anno il loro giubileo sacerdotale.
Questa nostra assemblea, nella sua particolare composizione, ci consegna subito una verità essenziale: la Chiesa non è un’organizzazione, ma una comunione; non è la somma di individui, ma un popolo generato dall’unzione del medesimo Spirito, che rende visibile la Parola appena ascoltata.
In essa Gesù, entrando nella sinagoga di Nazaret, proclama: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4,18), e subito aggiunge: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21), consegnandoci così non solo la rivelazione della sua identità, ma offrendoci anche la chiave per comprendere la nostra, resa «partecipe della sua consacrazione» (cfr. Colletta della messa crismale).
L’eco di quell’«oggi» risuona ancora ed attraversa la storia per raggiunge ciascuno di noi. Ci dice che ciò che è avvenuto in Cristo continua a perpetuarsi nella Chiesa, e si prolunga nella vita di ciascuno, in modo particolare nel ministero ordinato.
Per questo il nostro essere presbiteri non nasce da una semplice delega funzionale, ma da una partecipazione reale al mistero del Signore, nel quale siamo stati introdotti per essere, prima ancora che uomini del fare, uomini della relazione, uomini che vivono «per Cristo, con Cristo e in Cristo» e per il popolo al quale sono inviati da Cristo stesso.
Ed è proprio qui che si colloca una prima esigenza di verità.
Il rischio più sottile del nostro tempo non è soltanto l’attivismo fine a sé stesso, ma una forma di esteriorità spirituale, che può indurre a vivere il ministero senza lasciarsi trasformare da esso.
Infatti, si possono:
- compiere gesti autentici senza più abitarli interiormente;
- pronunciare parole vere senza che esse ci trasformino;
- svolgere il ministero senza lasciarci continuamente plasmare dall’unzione che abbiamo ricevuto.
Per questo la Messa crismale, ogni anno, è l’occasione per un ritorno alla vera Sorgente: non una semplice memoria, ma un “memoriale” che rigenera e ci riporta al cuore della nostra vocazione.
Tuttavia, questa unzione non riguarda soltanto i presbiteri.
L’Apocalisse ci ha ricordato che Cristo «ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,6) e questo significa che tutto il popolo di Dio è immerso in una comune dignità battesimale. E dentro questa universale appartenenza si comprende anche il ministero ordinato: non come separazione, ma come servizio; non come distanza, ma come prossimità.
Alla luce di questo comprendiamo anche il significato degli oli – degli infermi, dei catecumeni e del crisma – che tra poco saranno benedetti.
Infatti, l’unzione, nella Sacra Scrittura, non è mai un simbolo astratto, ma un gesto che tocca la vita, che penetra nelle situazioni, che cura e consola, come ci ricorda il profeta Isaia quando parla della missione di «fasciare le piaghe dei cuori spezzati» e di donare «olio di letizia invece dell’abito da lutto» (Is 61,1.3).
Essere unti significa, allora, non appartenere più a se stessi, ma a Cristo, per essere inviati dentro le pieghe e le ferite della storia.
E questo vale per tutto il Popolo di Dio, ma in modo particolare per noi presbiteri, che siamo chiamati:
non ad amministrare qualcosa, ma a custodire qualcuno;
non a gestire il sacro, ma ad abitare la vita delle persone, con la logica del Samaritano: che si ferma, si avvicina e versa olio e vino sulle ferite (cfr. Lc 10,34), senza calcoli e senza distanze.
In questo senso, la cura diventa il criterio della nostra autenticità.
La Chiesa [e in essa ogni comunità] sarà credibile: non quando apparirà efficiente, ma quando sarà capace di accogliere e prendersi cura, quando diventerà spazio in cui le ferite possono essere riconosciute e accompagnate, e non semplicemente tollerate o nascoste.
Da qui si apre anche un secondo orizzonte, quanto mai attuale in questo tempo, che ci avvicina alla terra di Gesù (la Terra Santa), ancora oggi tanto martoriata, scenario di guerra e di soprusi, e che la Parola di Dio, questa sera, ci consegna: quello della pace.
L’Apocalisse ci ha annunciato che questo dono viene da Cristo stesso: «Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele» (Ap 1,5). Un dono che genera una responsabilità concreta per la vita della Chiesa e di ogni comunità.
La pace evangelica non è assenza di conflitti, ma qualità essenziale delle relazioni riconciliate, disarmate e disarmanti.
E questo, carissimi fratelli presbiteri, interpella tutti noi, perché non possiamo essere ministri della riconciliazione (cfr. 2Cor 5,18) se non viviamo e testimoniamo relazioni riconciliate.
Non possiamo annunciare la pace se le nostre relazioni sono segnate da distanza, silenzi, indifferenza o incomprensioni.
Non dobbiamo immaginare che questo sia un aspetto secondario, perché la prima testimonianza che offriamo al popolo di Dio è il modo in cui ci trattiamo tra di noi.
Per questo la fraternità presbiterale – e, dopo quattro anni che sono con voi, lo rimarco con l’amore di un padre che vi vuole bene – non è un elemento accessorio, ma una dimensione costitutiva del ministero, perché il dono che abbiamo ricevuto non è per noi stessi, ma per il servizio del Vangelo e del popolo, e proprio per questo non può essere vissuto in modo individuale, ma esige una forma di vita comunionale, nella quale ciascuno si riconosce parte di un corpo e non protagonista isolato di un compito.
E tutto questo si colloca nell’«oggi» della nostra storia: un tempo segnato da fragilità, da cambiamenti profondi, da una crisi della fede e della sua non più automatica e scontata trasmissione, ma anche da una ricerca sincera, spesso silenziosa, di senso e di verità.
In questo contesto, non siamo chiamati a difendere un sistema né a rimpiangere un passato, ma ad abitare il presente come luogo della missione.
Il Vangelo non si diffonde per mezzo di strategie, quanto attraverso la qualità della nostra presenza, la credibilità della nostra vita, la capacità di ascoltare e di accompagnare.
È questa la medesima lezione di San Francesco d’Assisi, di cui ricordiamo l’ottavo centenario del transito, il quale, come ai frati inviati tra i saraceni, ossia in terra di missione, ripeterebbe: «Predicate sempre il Vangelo con la testimonianza della vita e, se necessario, anche con le parole» (cfr. San Francesco, Regola non bollata, XVI: FF 43).
La gente, infatti, non cerca semplicemente risposte, ma desidera presenze affidabili. E questo ci riporta ancora una volta al cuore del nostro ministero, che è quello di lasciar trasparire il volto di Cristo, diventando, come dice l’apostolo, «profumo di Cristo» (2Cor 2,15), un profumo che non si impone, ma si diffonde, che non convince con la forza, ma attrae con la verità di una vita donata.
Tra poco rinnoveremo le promesse sacerdotali. Non è un gesto formale, che in sé potrebbe apparire semplice ed abituale e, se così fosse, sarebbe come vanificarlo. In realtà è un gesto profondamente esigente, perché ci riporta all’origine (al cuore) della nostra vocazione e ci chiede di rinnovare il nostro “sì” non in modo apparente, ma con la consapevolezza che esso riguarda tutta la nostra vita, perché, come ci ha ricordato il profeta Isaia, «voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti» (Is 61,6).
Insieme a noi, in questo rinnovamento, tutto il “popolo dei battezzati”, è chiamato a riscoprire la grazia della propria unzione battesimale e la bellezza di appartenere a Cristo.
Carissimi,
questa celebrazione ci riconsegna ciò che siamo e ciò che siamo chiamati ad essere: un popolo unto che diffonde il profumo della vita e porta speranza; ma anche una Chiesa-comunione chiamata a curare le ferite; una comunità inviata a costruire pace attraverso relazioni riconciliate e fraterne.
Chiediamo al Signore – e personalmente lo faccio ogni giorno per voi – che il nostro presbiterio cresca sempre più come fraternità reale e concreta, e che le nostre comunità diventino luoghi in cui ogni persona possa sentirsi accolta, custodita e amata.
E affidiamo questo cammino a Maria, Madre dei sacerdoti, perché ci insegni a rimanere nell’«oggi» di Dio con cuore fedele, umile e disponibile, lasciandoci guidare dallo Spirito che continuamente rinnova la Chiesa e la invia nel mondo, per «cantare sempre l’amore del Signore» (Sal 88).
Amen!
+ Sabino Iannuzzi

