Saluto tutti voi carissimi fratelli e sorelle, che, al di là delle avverse condizioni atmosferiche, non avete voluto far mancare la vostra presenza a questa celebrazione per tutti i nostri cari defunti della Comunità di Castellaneta.
Saluto il Signor Sindaco, il Dott. Gianni Di Pippa e con lui le altre autorità civili e militari. Così come i confratelli presbiteri, ad iniziare dal Vicario generale, e il caro don Michele Mingolla, da quest’anno nuovo Cappellano di questo Cimitero.
«Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio» (Sap 3,1).
È la prima parola che abbiamo ascoltato oggi. Una parola che ci invita a sostare davanti al mistero della morte con lo sguardo illuminato dalla fede e il cuore aperto alla speranza cristiana.
Nelle mani di Dio sono i nostri morti: i genitori, gli sposi, i figli, gli amici che riposano qui e che in questi giorni molti di noi sono venuti a trovare.
Nelle mani di Dio sono anche quanti la nostra città ha pianto in quest’ultimo anno: chi è morto giovane, chi è morto sulla strada o mentre lavorava, chi se n’è andato lasciando domande alle quali nessuno di noi sa rispondere.
A vederla con i nostri occhi, la morte sembra una sconfitta. Anche la Scrittura lo sa bene: «la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 3,2-3). Quella pace che – come ricorda Gesù nel Vangelo – ci rende figli di Dio: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
La fede, fratelli e sorelle, non ci toglie il pianto. Il salmista lo confessa: «Le lacrime sono il mio pane giorno e notte» (Sal 41,4). E Gesù non dice: beati quelli che non piangono, ma: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati» (Mt 5,4). Nessuno dei nostri morti è fuori dalle mani di Dio.
Nelle nostre mani, però, resta qualcosa per loro: la preghiera, il suffragio.
Sant’Agostino, nelle Confessioni, racconta che sua madre Monica, vicina alla morte, non si preoccupò del luogo della sepoltura e chiese ai figli una cosa sola: ricordarsi di lei all’altare del Signore (cf. IX,11,27).
È quello che tutti noi stiamo facendo qui questa sera in questa Eucaristia.
Se un fiore o una luce sulla tomba manifestano il nostro affetto, la Messa e la preghiera li raggiungono. Stiamo portando all’altare i loro nomi e con loro chi non ha più nessuno che lo ricordi (e non sono di certo pochi).
Questo – ricordando l’esortazione di Santa Monica – non toglie però valore al luogo in cui riposano i nostri cari.
Anche questo camposanto è affidato alle nostre mani: qui la città custodisce la sua memoria, qui ogni famiglia cerca serenità e certezze.
Sappiamo tutti che ci sono questioni aperte e che tanti ne portano il peso. Non tocca a me dire chi ha ragione. Chiedo soltanto, a chi ne ha la responsabilità e ciascuno per il proprio ruolo, di parlarsi con pazienza e lealtà, di ascoltarsi reciprocamente e di cercare insieme una soluzione. Anche questo è un modo di onorare i morti: fare in modo che attorno alle loro tombe ci sia quella pace che la Scrittura riconosce a loro (cf. Sap 3,3).
C’è una frase che si attribuisce allo statista britannico William Gladstone (si tratta di una delle figure politiche più importanti del XIX secolo, leader del Partito Liberale e per 4 distinti mandati Primo Ministro inglese) e che fa riflettere: «Mostrami il modo in cui una comunità si prende cura dei suoi morti e ti dirò con esatta precisione il livello di civiltà del suo popolo, il suo rispetto per le leggi e la sua fedeltà ai più alti ideali».
La Chiesa lo dice con parole sue: «La sepoltura dei morti è un’opera di misericordia corporale» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2300), per le quali Gesù assicura: «quello che avete fatto o non fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto o non fatto a me» (cf. Mt 25-31-46). Questa è scelta di umanità e di responsabilità sociale.
Carissimi fratelli e sorelle, nelle nostre mani è anche chi è vivo e chi soffre.
Un anno fa, in questo stesso giorno, Papa Leone XIV diceva al cimitero del Verano di Roma: «La carità vince la morte». Se è così, il ricordo dei morti ci rimanda ai malati. E in questo momento non posso non pensare al nostro ospedale San Pio, proprio attiguo a questo luogo.
Lì molti dei nostri cari hanno vissuto le ultime ore.
Lì vengono al mondo i nostri bambini: la settimana scorsa, in ventiquattro ore, ne sono nati nove.
Lì arriva chi sta male da tanti paesi della nostra diocesi.
In queste ultime settimane molti cittadini hanno chiesto, con preoccupazione, che non manchino medici e personale. Non entro nelle polemiche e non spetta a me indicare le soluzioni tecniche. Dico però una cosa semplice: una comunità si misura da come accompagna chi nasce, chi è malato e chi muore. Chi ha responsabilità lo ricordi, al di là di ogni schieramento, e dia risposte chiare. Il Signore chiama beati «quelli che hanno fame e sete della giustizia» e «i misericordiosi» (Mt 5,6-7).
Ai medici, agli infermieri, agli operatori che continuano a servire con fatica dico grazie: le vostre mani sono spesso le ultime che i nostri cari hanno stretto.
San Giovanni, nella visione dell’Apocalisse, intravede la fine di ogni lutto: quando Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte» (Ap 21,4). Anche asciugare una lacrima è un gesto delle mani. Oggi possiamo farlo noi, gli uni per gli altri e lo dobbiamo fare!
Un giorno lo farà lui, per sempre, quando dirà: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
A lui affidiamo i nostri morti e questa nostra città di Castellaneta.
Amen!
+ Sabino Iannuzzi

