Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per la XXI Giornata Nazionale per la custodia del creato

Carissimi fratelli e sorelle,

questa mattina siamo qui, come Chiesa diocesana di Castellaneta, per dire anzitutto grazie. Lo facciamo celebrando l’Eucaristia, che è appunto rendimento di grazie, per il dono che Dio ci ha fatto nella creazione: questa terra, il mare che abbiamo davanti, le nostre campagne, l’acqua, i frutti maturati e il lavoro di tanti uomini e donne.

Ma ogni grazie autentico porta con sé una domanda: che cosa stiamo facendo del dono ricevuto?

È la domanda che suggerire anche l’immagine scelta per questa Giornata: una mano raccoglie le spighe e un’altra impugna una falce.

E sopra quelle mani risuona la profezia che Papa Leone XIV ha scelto come tema per quest’anno: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci» (Is 2,4; Leone XIV, Messaggio per la XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 15 agosto 2026).

Pensiamoci: il ferro è lo stesso. Cambia la forma che l’uomo decide di dargli. Può diventare una spada che toglie la vita o un vomere che apre la terra perché produca il pane. Può diventare una lancia o una falce che raccoglie il grano.

E c’è un particolare da non perdere. Nel suo Messaggio il Papa cita lo stesso versetto anche in un’altra traduzione: le nazioni «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4). Prima si spezza, poi si rifà. Perché le spade non scompaiono da sole. Qualcuno deve prenderle, rimetterle sul fuoco e dare loro una forma nuova.

Forse è questa una delle immagini più belle della conversione cristiana. Dio non ci chiede soltanto di deporre ciò che fa male, ma di trasformarlo in qualcosa che genera vita.

Ed è sorprendente come la Parola di Dio di questa XXIII domenica ci conduca esattamente lì.

Il Signore dice ad Ezechiele: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ez 33,7). La sentinella è colui che vede. Ma soprattutto è colui che, avendo visto, non può far finta di niente (cfr. Ez 33,7-9). Il contrario della sentinella non è soltanto chi compie il male: è chi vede e pensa che non li riguardi.

È la domanda antica di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Tutta la storia biblica sembra rispondere: sì, lo sei.

Non a caso, fin dalle prime pagine della Scrittura, Dio pone l’uomo nel giardino perché lo «coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15).

Ecco perché oggi non stiamo mettendo accanto artificiosamente due temi: da una parte la liturgia domenicale e dall’altra la custodia del creato. La Liturgia di oggi ci parla precisamente di custodia.

E il Papa ci indica tre cose da custodire insieme, che chiama «ecosistemi»: «il creato, le relazioni umane e il cuore stesso dell’uomo» (Leone XIV, Messaggio, 15 agosto 2026).

Cominciamo dal fratello. Gesù dice: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15). Mi colpiscono due espressioni: «va’» e «fra te e lui solo».

Gesù non dice: aspetta che venga lui. Non dice: raccontalo agli altri. Non dice: costruisci attorno al suo errore un tribunale. Dice: va’. Muoviti tu per primo. E fallo senza pubblico, senza umiliarlo, senza cercare alleati.

Questo è già forgiare le spade in vomeri. Perché esistono spade che non sono fatte di ferro. Anche una parola può diventare una spada: un giudizio pronunciato alle spalle, una voce fatta circolare, un messaggio inoltrato, un commento sui social possono ferire una persona più a lungo di una lama.

E Gesù ci dice qual è lo scopo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15).    Guadagnato il fratello, non la discussione. Il vero guadagno del cristiano non è dimostrare chi aveva ragione: è non perdere una persona.

Forse è anche questa una forma di ecologia evangelica: non produrre scarti.

Non scartare le cose, non scartare la terra, non scartare le persone.

San Paolo lo dice in una riga: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (Rm 13,8), perché «pieno compimento della Legge è la carità» (Rm 13,10).

Ma da dove vengono quelle spade? Non nascono sulla bocca. Nascono più in dentro.

Il Papa, riprendendo Benedetto XVI, ricorda che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Benedetto XVI, Omelia per l’inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005; cit. in Leone XIV, Messaggio, 15 agosto 2026). È una parola che provoca.

Perché è facile indignarsi per le guerre, per l’inquinamento o per lo sfruttamento della terra.

È più difficile domandarsi quanto consumiamo, quanto sprechiamo, quanto pretendiamo, e se sappiamo ancora porre un limite ai nostri desideri.

E qui c’è una notizia buona che non dobbiamo lasciarci sfuggire.

Se il ferro va rimesso sul fuoco, allora il ferro siamo anche noi.

Non siamo soltanto quelli che devono trasformare il mondo: siamo prima di tutto quelli che Dio riprende in mano e riforgia.

Dio non ci scarta quando abbiamo sbagliato.

Ci rimette sul fuoco.

È esattamente ciò che il Vangelo di oggi ci chiede di fare con il fratello: non buttarlo via, ma riprenderlo. Perché è così che il Signore fa con noi.

Per questo la Scrittura ci raccomanda di custodire il cuore, «perché da esso sgorga la vita» (cfr Pr 4,23). E per questo il Papa può scrivere: «La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo» (Leone XIV, Messaggio, 15 agosto 2026).

Si riflette all’esterno. Dice il Papa. E allora guardiamo alla nostra terra, non in astratto.

Qui, a Marina di Ginosa, viviamo tra il mare e le campagne dell’arco ionico.

Conosciamo la bellezza di questo territorio e conosciamo la sua fragilità.

Vediamo quanto l’acqua stia diventando preziosa.

Conosciamo gli incendi che feriscono le nostre campagne.

Vediamo ciò che il mare ci restituisce dopo che lo abbiamo trattato come una discarica.

E sappiamo quanto questa terra abbia già pagato quando si è pensato che lo sviluppo potesse essere separato dalla salute delle persone.

Se riconosciamo il mondo come dono, non possiamo comportarci da padroni.

E se pensiamo a chi verrà dopo di noi, non possiamo consumare oggi anche ciò che appartiene a loro.

La guerra, del resto, non distrugge soltanto eserciti e città: contamina l’acqua e l’aria, distrugge ecosistemi, produce fame e migrazioni. Per questo il Papa afferma che la sofferenza dell’umanità e la distruzione dell’equilibrio della creazione «non sono slegati», ma costituiscono «un’unica invocazione di guarigione e di pace» (LEONE XIV, Messaggio, 15 agosto 2026).

E torniamo al manifesto.

Guardiamo quelle mani che raccolgono le spighe e domandiamoci: di chi sono, oggi, le mani che raccolgono i frutti delle nostre campagne?

Sono mani di uomini e donne, spesso venute da lontano, che lavorano sotto il nostro sole.

Custodire il creato significa anche domandarsi se quelle mani siano rispettate, se quel lavoro sia dignitoso, se dietro ciò che arriva sulle nostre tavole ci sia giustizia oppure sfruttamento.

Il Papa lo mette tra le radici della crisi che stiamo vivendo: «l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana» (Leone XIV, Messaggio, 15 agosto 2026).

Perché non possiamo benedire i frutti della terra e dimenticare le mani che li raccolgono.

Tra poco porteremo all’altare il pane e il vino, e pronunceremo parole che abbiamo ascoltato tante volte senza accorgerci della loro forza: «frutto della terra e del lavoro dell’uomo».

Dentro quel pane ci sono insieme: Dio, la terra e l’uomo.

C’è una terra che produce il grano.

Ci sono mani che lo seminano, lo raccolgono, lo trasformano.

E c’è Dio che accoglie quel pane e ce lo restituisce come Pane di vita.

Allora comprendiamo fino in fondo la profezia di Isaia. Dove le spade distruggono, cresce la fame. Dove le spade diventano vomeri, cresce il pane. E dove il pane viene spezzato e condiviso, nasce la fraternità.

E non siamo qui da soli. Gesù ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).

È Lui il primo custode: di noi, dei nostri legami, di questa terra.

Questa Eucaristia, che celebriamo a nome di tanti fratelli e sorelle della nostra Diocesi, sia dunque il nostro rendimento di grazie e insieme l’inizio di una conversione: del cuore, delle parole, delle abitudini, del nostro modo di consumare, di lavorare, di usare l’acqua, di trattare il mare, la terra e le persone.

Chiediamo al Signore che ci renda sentinelle e custodi: non spettatori impauriti di un mondo che si rovina, ma uomini e donne capaci di rimetterlo sul fuoco e di dargli una forma nuova.

E Maria Santissima Immacolata, venerata in questa comunità parrocchiale, ci accompagni perché possiamo compiere il cammino che il Papa ci indica: passare «dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace» (Leone XIV, Messaggio, 15 agosto 2026).

Amen.

+ Sabino Iannuzzi