In questa quarta domenica di Avvento, mentre il tempo liturgico ci conduce con passo deciso verso il Natale, la Parola di Dio ci invita a sostare davanti alla maniera sorprendente con cui Dio entra nella storia.
Non lo fa con gesti clamorosi, non impone la sua presenza con la forza, non sceglie le vie del potere o dell’evidenza.
Dio entra nella storia passando attraverso una famiglia.
Attraverso una casa abitata da relazioni vere, da legami fragili e da decisioni difficili.
Ed è proprio tutto ciò che rende questa domenica particolarmente significativa nel contesto celebrativo del “Giubileo diocesano della famiglia”: perché Dio affida la speranza del mondo alla vita concreta delle famiglie.
Saluto caramente tutti voi che prendete parte a questa giornata di festa e di giubilo.
Ringrazio don Francesco Zito e la comunità di Palagiano-San. Nicola che ci ospitano, il diacono Filippo D’Elia con la moglie Maria Sasso, Responsabili diocesani della Pastorale familiare e coordinatori di questa giornata e quanti a diverso modo si sono adoperati per questo Giubileo che ci vede insieme.
Nella prima lettura il profeta Isaia ci ha annunciato un segno che Dio stesso dona: una vergine che concepisce e partorisce un figlio, chiamato Emmanuele.
È un segno che non chiede di essere spiegato, ma accolto. Non di essere dimostrato, ma custodito.
Dio non risponde alle inquietudini dell’uomo eliminando il rischio, ma entrando dentro la sua storia.
Anche oggi, Dio continua a parlare così: affida la sua presenza a segni umili, spesso silenziosi, che chiedono occhi capaci di riconoscerli.
La pagina del Vangelo ci conduce allora alle origini dell’Incarnazione, ma lo fa da una prospettiva particolare: non quella di Maria, bensì quella di Giuseppe. Il suo è uno sguardo discreto e essenziale, ma decisivo.
Giuseppe è un “uomo giusto”.
Non perché abbia tutte le risposte, ma perché sa ascoltare. La sua giustizia non è rigida osservanza della legge, ma capacità di custodire la vita dell’altro.
Davanti a una situazione che lo disorienta, che manda in frantumi i suoi progetti e forse anche la sua fiducia, Giuseppe non reagisce con durezza.
Non espone Maria al giudizio pubblico, non cerca rivincite, non si chiude nel risentimento.
Cerca una via che salvi, una strada che non faccia male.
Ed è proprio in questo spazio interiore, fatto di silenzio e di rispetto, che Dio può parlare.
L’angelo gli appare in sogno e lo invita a non temere.
«Non temere di prendere con te Maria».
Non temere di accogliere una storia che non hai programmato.
Non temere di diventare padre in un modo che non avevi immaginato.
Giuseppe non riceve spiegazioni dettagliate, non gli viene tolta ogni incertezza.
Gli viene chiesto qualcosa di più profondo: deve semplicemente fidarsi.
E Giuseppe si fida.
Al risveglio, il Vangelo dice semplicemente che fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore. Non parole, ma gesti. Non discorsi, ma obbedienza concreta.
In questo gesto silenzioso si rivela la grandezza di Giuseppe e, con lui, la vocazione profonda di ogni famiglia.
La famiglia non è il luogo dove tutto è già risolto, ma è piuttosto lo spazio in cui si impara a fidarsi di Dio, anche quando non si capisce tutto.
È il luogo in cui la speranza non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla certezza che Dio è presente e accompagna.
In questo “Giubileo della famiglia” siamo chiamati a riconoscere che Dio continua a passare attraverso le nostre case.
Non cerca famiglie ideali, ma famiglie reali.
Famiglie segnate da gioie e da fatiche, da fedeltà quotidiane e da momenti di crisi, da slanci generosi e da stanchezze profonde.
Dio non si scandalizza delle fragilità: le assume!
Non aggira le ferite: le attraversa!
È proprio lì che si rivela come Emmanuele, ossia il “Dio-con-noi”.
San Paolo, nella seconda lettura, ci ha ricordato che Gesù nasce dal seme di Davide secondo la carne (Rm 1,3).
Il Figlio di Dio entra nella storia dentro una genealogia concreta, dentro una trama di generazioni, di relazioni, di legami imperfetti.
Questo ci dice che la famiglia non è un elemento secondario del progetto di Dio, ma il luogo ordinario in cui la fede si incarna, la speranza si trasmette, l’amore prende forma.
E’ proprio nella quotidianità delle relazioni familiari che il Vangelo diventa carne, gesto e parola vissuta.
Giuseppe accoglie Maria – infatti la «prese con sé» (Mt 1,24) – e il bambino, dà il nome a Gesù, assume una paternità che non possiede ma custodisce.
È una paternità fatta di servizio, di responsabilità e di presenza discreta.
In questo gesto si rivela una grande verità: l’amore vero non è possesso, ma dono; non è controllo, ma affidamento; non è chiusura, ma apertura alla vita.
Le famiglie – incarnando questo stesso gesto – hanno la forza di poter diventare luoghi giubilari, ossia spazi di misericordia, porte aperte attraverso cui Dio continua a entrare nel mondo.
In questo Anno giubilare – e soprattutto ad iniziare da esso -, alle famiglie è affidata una missione preziosa: essere artigiane di speranza.
Non perché tutto funzioni sempre, ma perché, come Giuseppe, imparino a rimanere nella relazione anche quando questo costa fatica. Così come a saper custodire la vita anche quando questa è fragile; a credere che Dio opera anche nel silenzio.
La speranza cristiana, lo abbiamo ripetuto tante volte durante quest’anno, non è ottimismo ingenuo, ma fiducia perseverante in un Dio che non abbandona.
Carissime famiglie,
mentre il Natale si avvicina, lasciamoci accompagnare dallo sguardo di Giuseppe, che ci esorta a guardare verso Betlemme.
Impariamo da lui a non temere, a fidarci, a fare spazio a Dio nelle pieghe della nostra vita quotidiana.
Anche quando il cammino è incerto, anche quando il futuro sembra fragile, Dio è con noi.
E questo basta per continuare a sperare, ad amare, a camminare insieme, come pellegrini di speranza.
Signore Dio fedele,
che hai scelto di entrare nella storia
attraverso una famiglia,
ti rendiamo grazie
perché continui ad abitare le nostre case
e a fidarti della nostra fragile umanità.
Ti lodiamo per Giuseppe,
uomo giusto,
che ha accolto il tuo disegno
nel silenzio e nella fiducia.
Donaci un cuore come il suo:
capace di ascolto,
di accoglienza,
di obbedienza concreta.
Benedici le nostre famiglie,
così come sono, con le loro gioie e le loro fatiche.
Rendile luoghi in cui la speranza nasce
perché tu sei presente e accompagni il cammino.
In questo Anno giubilare
fa’ di noi artigiani di speranza,
testimoni dell’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

