Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa per la Festa Patronale di San Tommaso Becket

Carissimi fratelli e sorelle,

a tutti l’augurio di Buon Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Saluto caramente:

  • don Sario e don Tommaso, così come i sacerdoti di questa Vicaria di Mottola, ad iniziare dal Vicario forane, don Graziano;
  • il Signor Sindaco e le autorità civili e militari;
  • i componenti dell’associazione “Gli Araldi di San Tommaso Becket” che tramanda la divulgazione storico-religiosa del Santo Patrono.

Celebrare oggi San Tommaso Becket, patrono della nostra città di Mottola, significa voler entrare in una storia che non appartiene semplicemente al passato o ai rotocalchi di cronaca, ma che continua a interrogare il nostro presente.

Non ricordiamo semplicemente un evento tragico o una figura eroica, ma accogliamo una parola, una storia viva, capace di leggere le nostre fatiche, le nostre paure e i nostri desideri più profondi.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato, la vicenda umana e spirituale del Santo Patrono, il valore ed il significato della pace che sta caratterizzando questa giornata, anche con la presenza-testimonianza di don Marco Pozza che abbiamo condiviso prima della messa, ci conducono verso un unico orizzonte: quello di una speranza che non illude, ma responsabilizza; una speranza che chiede di essere incarnata nella vita personale e comunitaria.

La prima lettura ci ha posto dinanzi ad una pagina severa della Scrittura: il profeta Zaccarìa viene lapidato nel cortile del tempio perché ha osato richiamare il popolo alla fedeltà: «perché trasgredite i comandi del Signore?» (2Cr 24,20)

Di certo – al di là del richiamo di non dover «venerare i pali sacri e gli idoli» (2Cr 24,18) – colpisce non poco il luogo del delitto: il tempio, uno spazio sacro, che diventa teatro di violenza.

È un monito forte anche per noi perché, quando il rapporto con il Signore perde il legame con la giustizia e con la verità, quando la fede viene piegata agli interessi o alle convenienze, perfino i luoghi santi possono diventare luoghi di esclusione e di morte, sia fisica che spirituale.

È la stessa logica che attraversa la storia di san Tommaso Becket, ucciso il 29 dicembre 1170 nella sua cattedrale Canterbury, mentre svolgeva il suo ministero di pastore, da quattro sicari del re Enrico II per aver difeso l’autonomia della Chiesa contro quella del regno.

Anche lui, come Zaccarìa, paga con la vita la fedeltà alla propria coscienza e al Vangelo, consapevole di ciò che san Pietro stesso ha annunciato nelle sue catechesi: «se dovete soffrire per la giustizia, beati voi!» (1Pt 3,14).

Il Vangelo, dal canto suo, ci consegna una parola che va ascoltata con profondità: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt 10,28).

Gesù non nega l’esistenza del conflitto, né minimizza il rischio della persecuzione; piuttosto, sposta il baricentro della vita.

La paura non deve essere il criterio delle nostre scelte. «Voi valete più di molti passeri» (Mt 10,31): questa è la radice della libertà cristiana.

San Tommaso Becket ha attraversato un lungo cammino interiore per arrivare a questa libertà.

Uomo ambizioso, inserito nei meccanismi del potere, conosce una vera conversione quando comprende che non può servire due padroni (Dio e il Re).

Da quel momento la sua vita diventa testimonianza limpida: non cercata, non esibita, ma coerente fino al dono totale di sé.

In questa coerenza possiamo riconoscere un’autentica profezia di pace.

Non una pace fragile, fondata sul silenzio o sul compromesso, ma una pace esigente, che nasce dalla verità e dalla giustizia.

È la pace a cui richiama anche Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la 59a Giornata Mondiale della Pace, del prossimo 1° gennaio, laddove invita a disarmare i cuori, i linguaggi e le relazioni.

La pace non è mai neutra: o cresce dalla responsabilità e dalla cura, oppure viene soffocata dall’egoismo e dalla violenza, anche quando queste assumono forme apparentemente innocue.

Ed ecco allora le due tentazioni che oggi siamo chiamati a riconoscere e a vincere.

La prima è l’individualismo, che ci porta a pensare la vita come un affare privato, a misurare tutto sul nostro interesse, a considerare gli altri come concorrenti o, nel migliore dei casi, come semplici comparse.

La seconda è l’indifferenza, che anestetizza il cuore, rende opaca la coscienza e ci abitua a convivere con le ferite degli altri senza sentirle come nostre.

Queste tentazioni, oggi, attraversano anche i nuovi areopaghi della vita.

Con grande rispetto e delicatezza, non possiamo non pensare a come spesso la “piazza virtuale dei social” diventi luogo di parole dure, di giudizi sommari, di aggressioni verbali che feriscono e dividono. Laddove, parole scritte con leggerezza possono diventare pietre scagliate con durezza.

Anche lì siamo chiamati a essere discepoli del Vangelo:

  • capaci di custodire il rispetto,
  • di scegliere il silenzio quando le parole rischiano di fare male,
  • di testimoniare che il dissenso non giustifica mai la violenza.

Perché, come affermava san Pietro: «è meglio soffrire operando il bene, che facendo il male» (1Pt 3,17).

Per queste ragioni la pace inizia anche dal linguaggio, dal modo in cui ci rivolgiamo gli uni agli altri.

San Tommaso Becket ci insegna che la vera fedeltà non isola, ma costruisce ed edifica; non divide, ma unisce attorno a ciò che conta davvero.

Celebrare la festa patronale, allora, significa riscoprire il senso profondo dell’essere comunità.

Non siamo una folla occasionale, ma un popolo che ha una storia, una memoria e una responsabilità condivisa.

La festa non è evasione, ma impegno; non è solo orgoglio identitario, ma chiamata a prenderci cura della nostra città e di chi la abita.

In questo orizzonte si colloca il gesto che compiremo al termine della celebrazione: la consegna simbolica delle chiavi della città al Santo Patrono.

È un gesto semplice e insieme carico di significato: dice che Mottola non si affida alla forza, al possesso o al controllo, ma alla custodia. Dice che riconosciamo di non essere padroni, ma semplici amministratori di un bene che ci precede e ci supera.

Affidiamo a San Tommaso Becket le famiglie, i giovani, gli anziani, il lavoro con le sue non poche precarietà, le fragilità e le speranze di questa città, chiedendo di imparare anche noi a custodire con responsabilità ciò che ci è affidato.

Da poco abbiamo concluso la celebrazione del Giubileo a livello diocesano che ci ha educati ad essere pellegrini di speranza.

Ora questa speranza – che ci ricordava san Pietro, essere già in noi – chiede di diventare profezia quotidiana:

  • nei gesti piccoli e spesso insignificanti,
  • nelle relazioni ferite da ricucire con delicatezza,
  • nelle parole da rendere più miti e più vere.

La pace, come ci ricorda il nostro Santo Patrono, non è un’eredità scontata: è un compito affidato alle nostre mani e ai nostri cuori.

Affidiamoci allora a San Tommaso Becket.

Chiediamogli:

  • il coraggio della verità senza durezza,
  • la libertà della coscienza senza arroganza,
  • la mitezza delle parole senza rinunce.

E chiediamo al Signore che Mottola sia una città capace di riconoscersi davanti a Dio e agli uomini, perché solo così potrà essere davvero una “casa di pace, di comunione e di speranza”. Amen!

 

+ Sabino Iannuzzi