Celebrazione diocesana del Beato Transito di San Francesco

Sabato 3 ottobre 2026 alle ore 20.00 la comunità diocesana si ritrova a Castellaneta, con raduno presso il piazzale antistante il Convento “S. Francesco”, per la Celebrazione diocesana del Beato Transito di San Francesco presieduta da Mons. Sabino Iannuzzi presso la Chiesa Santi Francesco e Chiara.

Nel contempo Mons. Iannuzzi ha fatto pervenire alla Diocesi il suo messaggio di invito

Castellaneta, 7 settembre 2026

«Il Signore vi dia la sua pace»

Invito al Popolo di Dio della Chiesa di Castellaneta
nell’VIII Centenario del beato Transito di san Francesco d’Assisi

 

Celebrazione diocesana – Castellaneta, sabato 3 ottobre 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

il saluto con cui apro questa lettera non è mio. È quello che Francesco d’Assisi, nell’anno della sua morte, disse di aver ricevuto in dono: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace”» (Testamento, 23).

Non è una semplice formula di cortesia, ma un vero annuncio: la pace, infatti, non è anzitutto una nostra conquista. È un dono che riceviamo e che, proprio per questo, siamo chiamati a donare agli altri. Otto secoli dopo, quel saluto continua a raggiungerci e a bussare alla porta delle nostre case.

Per questo desidero invitarvi a un appuntamento che vorrei fosse davvero di tutta la nostra Chiesa diocesana.

Sabato 3 ottobre 2026, alle ore 20.00,

ci ritroveremo sul piazzale antistante la chiesa del Convento “San Francesco” di Castellaneta. Da lì ci metteremo in cammino insieme, come pellegrini, verso la chiesa parrocchiale “Santi Francesco e Chiara”, dove presiederò la liturgia del Beato Transito di san Francesco.

Non sarà la celebrazione di una sola comunità francescana o parrocchiale, e neppure soltanto della città di Castellaneta. Sarà la celebrazione diocesana del Transito nell’anno dell’VIII Centenario della morte di san Francesco. Per questo desidero che siano rappresentate tutte le nostre Vicarie e tutte le nostre comunità, perché quella sera la Chiesa di Castellaneta possa riconoscersi come un’unica famiglia in cammino.

Perché fare memoria di una morte?

La sera del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, Francesco concludeva la sua vita terrena. Le antiche fonti raccontano che volle essere deposto sulla nuda terra e che chiese ai frati di leggere la pagina del Vangelo di Giovanni nella quale Gesù, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Poi benedisse i suoi fratelli uno a uno e morì pregando con le parole del Salmo 141 (142).

La tradizione francescana non ha voluto ricordare quel momento semplicemente come una morte, ma come un Transito: un passaggio, una piccola Pasqua.

Con questa celebrazione giunge a compimento il ciclo dei Centenari francescani che ci ha accompagnati in questi anni: la Regola bollata e il presepe di Greccio nel 2023, le stimmate nel 2024, il Cantico delle creature nel 2025 e, ora, nell’VIII Centenario, il Transito di Francesco.

Ma un centenario serve a poco se rimane soltanto una commemorazione. Diventa fecondo quando ci lasciamo interrogare da ciò che celebriamo.

E allora possiamo domandarci: che cosa ha reso Francesco capace di morire così, senza rancore e senza rimpianti, chiamando “sorella” perfino la morte?

La risposta è semplice e, nello stesso tempo, impegnativa: Francesco aveva imparato a ricevere tutto come dono e a non trattenere nulla come possesso.

Quest’anno, nella Lettera per la nostra Chiesa, che consegnerò a conclusione del Convegno Ecclesiale Diocesano del 19-21 ottobre 2026, ci metteremo in ascolto della Samaritana e delle parole di Gesù: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).

Francesco quel dono lo ha conosciuto. Ed è proprio per questo che, alla fine della sua vita, ha potuto restituire tutto con le mani aperte.

Da quel giaciglio di terra ci ha lasciato, tra le altre, due grandi eredità che continuano a parlarci: un canto e un saluto.

Il canto è il Cantico delle creature, che accompagna gli ultimi mesi della sua vita. Il saluto è quello della pace, con cui ho aperto questa lettera. Sono queste le due eredità che vorrei raccogliere insieme a voi la sera del 3 ottobre.

Il canto: la terra è una “sorella”, non una semplice risorsa

Il Cantico delle creature, che è anche uno dei testi più preziosi della nostra letteratura italiana, non nasce in un momento facile della vita di Francesco. Egli lo compone negli ultimi mesi, gravemente malato e quasi cieco, mentre vive presso San Damiano.

Proprio in quella situazione benedice il sole, che ormai quasi non riesce più a vedere, l’acqua, il fuoco e la terra, «la quale ne sustenta et governa». E quando comprende che la morte è ormai vicina, aggiunge la lode per «sora nostra morte corporale».

È una testimonianza straordinaria: Francesco non loda perché tutto va bene, ma perché ha imparato a riconoscere in ogni cosa un dono.

Qui troviamo anche il cuore della spiritualità francescana del creato. Non si tratta di un sentimento romantico, né di una moda del nostro tempo, ma di un modo diverso di guardare il mondo e di abitarlo.

Chi chiama “fratello” il sole e “sorella” l’acqua non può considerarli soltanto come cose da usare o consumare. Papa Francesco ha raccolto questa eredità nell’Enciclica Laudato si’, ricordandoci che tutto è connesso.

Per noi, che viviamo in questa terra jonica, non si tratta di un discorso astratto. Riguarda le nostre gravine e le nostre campagne, l’acqua e il mare, l’aria che respiriamo, i rifiuti abbandonati, la cura del territorio e la dignità di chi lavora nei campi.

Per questo vi chiedo di venire al Transito portando con voi anche un piccolo proposito concreto e verificabile per la custodia del creato: qualcosa da vivere nella vostra casa, nella comunità parrocchiale, nel luogo di lavoro, negli ambienti che frequentate ogni giorno.

Il saluto: la pace comincia dai conflitti che hanno un nome

Anche il saluto di pace di Francesco nasce dalla sua esperienza concreta.

Da giovane aveva conosciuto la guerra tra Assisi e Perugia e anche la durezza della prigionia. Sapeva, dunque, che cosa significassero la violenza, l’odio e la divisione.

Nel 1219, mentre a Damietta cristiani e musulmani combattevano tra loro, attraversò disarmato le linee per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil. Non andò per vincere una disputa, ma per incontrare un uomo e riconoscere in lui un fratello.

E quando il Vescovo e il Podestà di Assisi erano in grave contrasto tra loro, Francesco non pronunciò un lungo discorso. Fece cantare davanti a loro una nuova strofa del Cantico: la lode «per quelli ke perdonano per lo Tuo amore». E i due giunsero alla riconciliazione.

È una lezione di grande attualità: la pace comincia sempre dai conflitti concreti, quelli che hanno un volto e un nome. Può trattarsi di una comunità parrocchiale, di rapporti tra vicini, di un ambiente di lavoro o di una famiglia ferita dalle divisioni.

Mentre tante guerre (Russia-Ucraina; Israele-Palestina, Gaza; Usa-Iran, solo per citarne alcune) continuano a ferire il mondo e a colpire soprattutto i più poveri e i bambini, non possiamo limitarci ad augurare la pace. Siamo chiamati, nel nostro piccolo, a costruirla.

Venite, allora, la sera del 3 ottobre anche con questa intenzione: pregare insieme per la pace nel mondo e provare a compiere, prima o dopo quella sera, quel gesto di riconciliazione che forse stiamo rimandando da troppo tempo.

 Un cammino da fare insieme

L’invito è rivolto a tutti e vorrei che nessuno pensasse che riguardi soltanto gli altri.

Ai presbiteri, ai diaconi e ai religiosi chiedo di non venire da soli, ma di accompagnare le proprie comunità, aiutandole anche a organizzarsi per il trasporto e la partecipazione. La vostra presenza dirà, meglio di molte parole, che questa non è la celebrazione di qualcuno, ma di tutta la Chiesa diocesana.

Alle associazioni e ai movimenti, alle confraternite, agli scout, ai gruppi di volontariato e di carità chiedo di partecipare insieme, rendendosi riconoscibili. Chi ogni giorno si china sulle ferite dei poveri, dei malati e delle persone più fragili ha già molto da raccontare dello spirito di Francesco.

Alle famiglie, ai giovani e ai ragazzi chiedo di vivere con entusiasmo il tratto di strada che percorreremo a piedi. Un semplice pellegrinaggio serale fatto insieme può farci comprendere, più di molte parole, che anche la fede è un cammino che si trasmette condividendo la strada.

E a chi non si sente del tutto a casa nella Chiesa, ma porta nel cuore il desiderio della pace, della fraternità e della custodia del creato, dico: venite senza timore. Francesco è stato capace di incontrare persone diverse e lontane e di aprire strade di dialogo. Con lui si può cominciare a camminare anche partendo da lontano.

Ringrazio fin d’ora i Frati Minori del Convento di Castellaneta, che generosamente ci accoglieranno e ci accompagneranno in questo cammino, e le Monache Clarisse del Monastero di Santa Chiara, che eccezionalmente saranno con noi in questa occasione e che, ogni giorno, sostengono con la loro preghiera il cammino dell’intera diocesi.

Perché tengo particolarmente a questo Transito

Permettetemi, infine, una parola personale.

Prima di essere il vostro Vescovo, sono stato e continuo ad essere un frate minore. Nella famiglia dei figli di Francesco ho imparato a pregare e ho ricevuto il Vangelo da accogliere sine glossa, senza attenuarne la forza e la semplicità. È lo stesso Vangelo che oggi cerco di annunciarvi come vostro Pastore.

La liturgia del Transito è la preghiera con la quale, ogni anno, i frati accompagnano Francesco nel ricordo del suo passaggio da questa vita al Padre.

Quest’anno vorrei che quella preghiera non fosse soltanto dei frati. La vivremo insieme, come Chiesa di Castellaneta.

È per questo che tengo particolarmente a questo appuntamento e desidero davvero incontrarvi numerosi.

Ai parroci chiedo di dare comunicazione della celebrazione durante le Messe domenicali e negli incontri delle prossime settimane, favorendo per quanto possibile la partecipazione delle comunità.

Vi aspetto.

E lo faccio con le stesse parole che Francesco ci ha lasciato in eredità:

il Signore vi dia la sua pace!

+ Sabino