Carissimi fratelli e sorelle,
questa sera la Chiesa ci raccoglie attorno all’altare del Signore per rendere grazie.
È questo il significato più profondo dell’Eucaristia, ed è questo il senso dell’anniversario che stiamo celebrando.
Settantacinque anni di sacerdozio sono certamente un evento raro, ma non siamo qui per celebrare semplicemente un primato umano.
Siamo qui per contemplare la fedeltà di Dio che, per settantacinque anni, ha sostenuto un uomo sotto il giogo dolce del suo Figlio. È questa la vera ragione del nostro rendimento di grazie: il Signore continua a portare a compimento ciò che Egli stesso ha iniziato nel cuore del nostro caro don Gennaro, chiamandolo a servirlo nel ministero presbiterale.
La Provvidenza ha voluto che questa ricorrenza fosse illuminata proprio dal Vangelo in cui Gesù ci rivolge un invito tanto semplice quanto decisivo: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). In queste parole è custodito il segreto non solo di ogni autentica vita cristiana, ma anche di una lunga fedeltà sacerdotale.
Quando sentiamo parlare di giogo, pensiamo spontaneamente a qualcosa che pesa, che limita la libertà e rende faticoso il cammino.
Eppure Gesù capovolge il nostro modo di ragionare. Non promette una vita senza pesi; garantisce che nessun peso della vita sarà più portato da soli.
Nella mentalità biblica il giogo non era semplicemente uno strumento di fatica. Esso univa due animali perché procedessero insieme. Quando Cristo ci invita a prendere il suo giogo, ci dice qualcosa di sorprendente: non ci chiede anzitutto di fare qualcosa per Lui, ma di camminare con Lui, lasciando che sia Lui a sostenere il nostro passo. Per questo il suo «giogo è dolce» (Mt 11,30): non perché elimini la fatica, ma perché la trasforma in comunione.
Guardando questa sera ai settantacinque anni di ministero di don Gennaro comprendiamo che le parole di Gesù non sono una promessa astratta. Esse possono sostenere una vita intera. Una fedeltà così lunga non nasce dalla forza di un uomo, ma dalla perseveranza di Dio.
Ma chi è Colui al quale siamo chiamati a legare la nostra vita?
La prima lettura ce ne svela il volto. Il profeta Zaccaria annuncia un re che entra nella città non con i segni della forza, ma con i tratti della mitezza: «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile» (Zc 9,9); un re sotto il quale «farà sparire il carro da guerra… e l’arco di guerra sarà spezzato» (Zc 9,10). Dio salva il mondo non imponendosi, ma donandosi; non schiacciando gli uomini, ma avvicinandosi a loro.
Per questo Gesù può dire: «Imparate da me» (Mt 11,29).
Sant’Agostino osserva con finezza che il Signore non invita ad imparare da Lui a compiere i miracoli, ma ciò che è necessario a tutti: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Sermo 164,1). È come se dicesse: la vera grandezza del cristiano, e ancor più del sacerdote, non è l’efficienza, il prestigio o il successo, ma la somiglianza con il cuore di Cristo.
La mitezza, infatti, non è debolezza. È la forza dell’amore che non domina, ma serve; non trattiene le persone presso di sé, ma le conduce al Signore. È questo lo stile del ministero sacerdotale.
Lo stesso Vangelo aggiunge una seconda luce che completa questo insegnamento. Gesù benedice il Padre perché ha rivelato i misteri del Regno «ai piccoli» (Mt 11,25). I piccoli non sono gli ingenui, ma coloro che non hanno smesso di affidarsi; sono gli uomini e le donne che sanno ancora ricevere tutto come un dono.
Anche il sacerdote, con il passare degli anni, comprende sempre più di appartenere a questa schiera: non è il protagonista della salvezza, ma uno strumento nelle mani del Signore.
La parte più vera del suo ministero rimane spesso nascosta. Una parola che ridono speranza, un’Eucaristia celebrata con fede, una confessione, una visita a un malato, una presenza discreta accanto a chi soffre. È lì che Dio continua ad operare e a rivelarsi ai piccoli.
La Parola di Dio, però, non rimane mai un’idea. Diventa storia. E questa sera possiamo contemplarla nella vicenda concreta di questa nostra comunità.
Il Signore ha affidato don Gennaro a questa terra quando Marina di Ginosa muoveva ancora i primi passi. Egli non ha semplicemente assistito alla nascita di questa comunità: l’ha accompagnata, sostenuta e servita, lasciando che il Vangelo crescesse insieme alla vita della sua gente. Quando, nel 1953, giunse in quella che allora era ancora una piccola contrada, abitata da poche famiglie di pescatori e dai primi nuclei provenienti dall’esodo istriano, nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che il Signore avrebbe costruito attraverso quella presenza fedele.
Un’autentica esperienza di perseveranza, la cui sorgente ci viene indicata da San Paolo: «Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi» (Rm 8,9).
È lo Spirito Santo che rende possibile ciò che umanamente sembrerebbe impensabile: continuare ad amare quando le forze diminuiscono, ricominciare dopo ogni fatica, rimanere fedeli mentre gli anni scorrono. Nessuno potrebbe attraversare una vita intera confidando soltanto nelle proprie energie. Se una vocazione rimane salda nel tempo è perché lo Spirito Santo continua ad abitarla, a sostenerla e a rinnovarla ogni giorno nell’amore.
Carissimi, questa è la grazia che oggi contempliamo guardando ai settantacinque anni di sacerdozio di don Gennaro. Essi raccontano anzitutto la fedeltà di Dio, che non ha mai cessato di accompagnare il suo ministro sotto il medesimo giogo, quello dell’amore e del servizio al suo popolo.
Non possiamo tacerlo: per molti, parlare di Marina di Ginosa significa inevitabilmente pensare a don Gennaro, perché la storia di questa comunità e quella del suo pastore sono cresciute insieme per oltre sette decenni.
Leggevo questa mattina nel libro della Prof. Maria Carmela Bonelli dal titolo: Un sacerdote tra la gente. Il ministero di don Gennaro Inglese a Marina di Ginosa (2016), che chi condivise con lui i primi anni di presenza, lo ricordava come un “giovane sacerdote sindacalista”, attento non solo alla vita spirituale ma a quella civile della sua gente: basti pensare al suo impegno nell’opera dell’Ente Riforma Fondiaria e alle mediazioni che seppe attivare a ogni livello.
Per questo il nostro grazie sale anzitutto a Dio.
Chiediamo che il Signore conceda a don Gennaro la gioia e la pace di chi ha speso la propria vita per il Vangelo.
Chiediamo per la nostra Chiesa diocesana il dono di vocazioni con sacerdoti miti, umili, innamorati di Cristo e vicini alla gente.
E domandiamo per tutti noi la grazia di non cercare una vita senza pesi, ma una vita vissuta con il giogo di Cristo: perché solo chi cammina con Lui scopre che il suo giogo non toglie la libertà, ma la compie; non impoverisce l’esistenza, ma la riempie di quella pace che il mondo non può dare.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

