Carissime sorelle e carissimi fratelli,
carissimi consacrati e consacrate,
la Parola di Dio appena proclamata è attraversata da un particolare e significativo movimento: Dio viene incontro all’attesa dell’umanità.
Il profeta Malachia annuncia: «Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate» (Ml 3,1).
È una promessa che nasce da un tempo faticoso, da una storia segnata da infedeltà, ingiustizie e non poche ferite.
Il popolo cerca il Signore perché avverte che da solo non basta a se stesso, perché ha bisogno di essere purificato, guarito, ma soprattutto, rimesso in piedi (cf. Ml 3,2-3).
E tuttavia il Vangelo ci sorprende.
Il Signore entra davvero nel suo tempio, ma non come ce lo saremmo immaginato.
Entra come un bambino, povero, fragile, portato tra le braccia di Maria e Giuseppe (cf. Lc 2,22-24). Non entra per occupare uno spazio, ma per restare; non entra per imporsi, ma per affidarsi.
Il nostro Dio è un Dio che chiede di essere riconosciuto e non temuto.
Luca, nella pagina evengalisco, insiste con discrezione su un dettaglio decisivo: tutto avviene «secondo la Legge del Signore» (Lc 2,22.23.24).
Avviene nella fedeltà quotidiana, semplice, non spettacolare, che diventa il luogo dell’irruzione di Dio.
Il rito prescritto dell’offerta di fatto scompare rispetto al racconto; il sacrificio non viene descritto: al centro resta semplicemente l’incontro.
È come se ci venisse detto che, da questo momento in poi, il vero culto non sarà in un gesto da compiere, ma in una vita da consegnare.
Simeone e Anna sono le figure che ci aiutano a comprendere ciò che accade.
Simeone è «uomo giusto e pio», abitato dallo Spirito Santo (Lc 2,25).
Anna è profetessa, segnata da una lunga storia di perdita e di attesa, ma fedele e perseverante (cf. Lc 2,36-37).
Non sono persone potenti, non hanno ruoli centrali. Sono persone che hanno scelto di restare, di non abbandonare il luogo della promessa, anche quando la promessa sembrava tardare.
Ed è proprio questo “restare” che li rende capaci di vedere.
Simeone prende il bambino tra le braccia e dice: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,30). Non dice: ho capito tutto, ho risolto tutto. Dice: ho visto!
È lo sguardo di chi ha lasciato che il desiderio fosse purificato, di chi ha imparato a riconoscere la presenza di Dio nei piccoli germogli.
E questa salvezza è «luce per rivelarti alle genti» (Lc 2,32): una luce che non acceca, ma accompagna; che non elimina le ombre, ma permette di attraversarle.
Questa pagina del Vangelo illumina non poco ed in profondità il senso della Giornata della Vita Consacrata che celebriamo.
La Chiesa oggi guarda alla vita consacrata come a una profezia della presenza: una vita che sceglie di restare accanto alle persone e ai popoli, soprattutto là dove la dignità è ferita e la fede è provata.
“Restare” non come immobilità o rassegnazione, ma come speranza attiva.
“Restare” non per difendere se stessi, ma per custodire l’umano.
“Restare” come seme che accetta di scomparire perché la vita possa fiorire.
Il Vangelo non nasconde però la fatica.
Simeone parla di «segno di contraddizione» e annuncia a Maria che una spada le trafiggerà l’anima (cf. Lc 2,34-35).
La luce (vera!) – fratelli e sorelle – passa sempre attraverso la prova.
La gioia non elimina la sofferenza, ma le dà un senso. L’autore della Lettera agli Ebrei – nella seconda lettura – ce lo ricorda con parole forti: Cristo «doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,17). Non ha salvato dall’esterno, ma dall’interno della nostra condizione, per «venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18).
Qui si radica l’impegno di cura e prossimità che oggi vogliamo ricordare e riconoscere come dimensione essenziale della vita consacrata.
Una prossimità che è chiamata a farsi: presenza discreta, relazione che non abbandona, parole che disarmano, scelte che proteggono i piccoli, pazienza nei processi, coraggio nel denunciare ciò che ferisce la dignità dell’uomo.
È così che la vita consacrata diventa, spesso senza clamore, un seme di pace.
Per questo, come Chiesa diocesana, questa sera siamo qui per offrire insieme il nostro rendimento di grazie.
Rendiamo grazie per le tre presenze di vita consacrata al maschile, per le sette presenze di vita consacrata al femminile, per la vita contemplativa, che custodisce il primato di Dio e sostiene silenziosamente il cammino di tutti.
Rendiamo grazie per le forme di consacrazione nella vita presbiterale e per il dono dell’Ordo Virginum, segno luminoso di una fedeltà gratuita che apre al futuro.
In questa pluralità di forme riconosciamo un’unica profezia: restare con amore, senza abbandonare e senza tacere.
Un grazie sincero va al caro don Rocco Martucci, delegato diocesano per la Vita Consacrata, per il servizio paziente di accompagnamento e di comunione ecclesiale.
Così come un grazie sentito alla comunità parrocchiale del Santo Rosario di Palagianello, con il suo Parroco don Gianni, che ci ospita questa sera e per l’accoglienza fraterna e la testimonianza di fede che ci offre.
Infine, questa celebrazione diventa preghiera.
Preghiamo per la vita consacrata, perché sappia rimanere fedele all’incontro originario con il Signore.
Preghiamo perché non venga meno la gioia della consacrazione, anche quando i frutti sembrano lontani.
Preghiamo perché il Signore continui a chiamare, a sorprendere, a suscitare vocazioni specifiche, capaci di dire con la vita che Dio non abbandona il suo popolo.
Come Simeone e Anna, vogliamo essere una Chiesa che sa attendere e riconoscere.
Come Maria, vogliamo imparare a consegnare ciò che amiamo, certi che nulla va perduto quando è affidato a Dio.
Cristo, luce delle genti, renda la vita consacrata, nella nostra Chiesa diocesana, profezia della presenza e soprattutto seme di pace.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

