Carissimi fratelli e sorelle,
a tutti l’augurio di Buon Natale di Nostro Signore Gesù Cristo.
Accompagnati dall’icona della Santa Famiglia di Nazaret, stiamo concludendo a livello diocesano l’Anno Santo del Giubileo Ordinario 2025. È un momento che raccoglie insieme memoria, rendimento di grazie e consegna, perché ciò che abbiamo vissuto come tempo straordinario di grazia non resti confinato nel ricordo, ma diventi forma ordinaria della nostra vita cristiana e del nostro cammino ecclesiale.
Saluto con deferenza le Autorità civili e militari qui presenti, a cominciare dai Sindaci e dai loro delegati delle sette Comunità civili della nostra Diocesi, la cui presenza è segno di quella collaborazione chiamata a custodire la dignità della persona e il bene comune.
Saluto con fraterno affetto i confratelli presbiteri, ad iniziare dal Vicario generale (Mons. Renzo Di Fonzo), i diaconi, i religiosi e le religiose, e i seminaristi.
Saluto le famiglie, i giovani e gli anziani presenti, così come i diversi membri delle Associazioni, dei Movimenti, delle Confraternite, le dame e i cavalieri dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro e del Sovrano Militare Ordine di Malta e tutti coloro che, anche nella fragilità e nella prova, hanno camminato con noi lungo questo Anno Santo e questa sera sono qui per elevare l’inno di ringraziamento per quanto vissuto.
Un particolare ringraziamento lo rivolgo a don Giovanni Nigro e alla Commissione Diocesana per il Giubileo, così come a don Lorenzo Montenegro e alla Corale Diocesana, a don Cataldo Letizia, Cerimoniere Vescovile e a don Michele Mingolla, mio Segretario personale e tanti altri “invisibili” collaboratori per l’organizzazione dei diversi appuntamenti che ci hanno visti riuniti nel corso di quest’anno.
Un ringraziamento, non da ultimo, a don Oronzo Marraffa e allo staff dell’Ufficio Comunicazioni Sociali, così come alla Comunità parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria che oggi ci accoglie per quest’atto finale.
A tutti va il mio grazie, perché l’Anno Giubilare è stato vissuto insieme come popolo di Dio in cammino.
Il Giubileo che oggi si conclude non è stato una parentesi ecclesiale, né una sospensione dalla vita reale.
È stato un tempo favorevole (cfr. 2Cor 6,2), nel quale il Signore ha lentamente educato il nostro sguardo e il nostro cuore:
- a guardare la storia senza ingenuità,
- a riconoscere le ferite senza rassegnazione,
- a discernere i segni della speranza anche quando sembrano piccoli e fragili.
Un tempo, quello dell’Anno Giubilare, in cui la Parola di Dio ci ha accompagnati con una promessa decisiva: «Spes non confundit», «La speranza non delude» (Rm 5,5). Non perché il dolore venga cancellato, ma perché l’amore di Dio non viene meno.
La speranza cristiana – infatti – non è evasione dal reale, ma forza che permette di abitarlo, di attraversarlo, di non esserne schiacciati.
I pellegrinaggi, le celebrazioni giubilari nei diversi ambiti della vita diocesana, i momenti di preghiera, di riconciliazione e di carità, e in modo particolare il Pellegrinaggio diocesano a Roma del 22 marzo 2025, sono stati segni concreti di questo cammino: non semplici eventi, ma passaggi interiori, nei quali siamo stati chiamati a rimettere il Signore al centro e a riconoscerci parte di un’unica Chiesa.
Non è casuale – allora – che la chiusura diocesana del Giubileo, così come il suo inizio lo scorso anno, avvenga nella festa della Santa Famiglia di Nazaret.
La Parola di Dio proclamata questa sera non ci offre un’immagine idealizzata o rassicurante, ma una famiglia reale, segnata dalla precarietà, costretta alla fuga, attraversata dalla violenza disumana del potere (cfr. Mt 2,13-15).
Il Figlio di Dio entra nella storia senza privilegi, condividendo fin dall’inizio la condizione di chi è fragile, di chi è minacciato, di chi deve partire senza certezza alcuna.
La fuga in Egitto (cfr. Mt 2,14) ci dice che Dio non sottrae la vita dalla fatica, ma la accompagna sempre con prossimità. Non elimina la notte, ma la abita illuminandola.
È qui che emerge con particolare forza la figura e la testimonianza di Giuseppe, uomo giusto e silenzioso (cfr. Mt 1,19), autentico “pellegrino di speranza” che sceglie di mettersi in cammino anche senza vedere ancora la meta, perché come Abramo, «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18).
Infatti, Giuseppe non parla, non commenta, non cerca spiegazioni. Piuttosto: ascolta, discerne, si alza ed esegue quanto l’angelo, per mandato divino, gli indica: «Egli si alzò, nella notte, – abbiamo ascoltato – prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto» (Mt 2,14).
La notte, nella Scrittura, è il tempo della prova e dell’incertezza (cfr. Sal 77,3), ma anche il tempo nel quale Dio parla al cuore di chi si fida.
Giuseppe ci insegna che la fede non consiste nel capire tutto, ma nel fare il passo possibile, lasciandosi accompagnare dalla luce della Parola di Dio che si manifesta sempre come: «Lampada per i miei passi… luce sul mio cammino» (Sal 119,105).
In lui, in Giuseppe, impariamo che la speranza autentica non è passiva, non è rassegnazione, ma è responsabilità silenziosa. Responsabilità di custodire la vita quando è fragile, di proteggere ciò che non fa rumore, di scegliere anche quando non tutto è chiaro.
Il Siracide, nella prima lettura, ci ha riportati al cuore della vita ordinaria (cfr. Sir 3,3-7.14-17). Egli non parla di gesti eroici, ma di cura concreta, di fedeltà nelle relazioni familiari, di attenzione alla fragilità.
«Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia» (Sir 3,12), ad esempio afferma.
La speranza, infatti, ci dice la Scrittura, non cresce nell’autosufficienza, ma nell’accoglienza del limite, nella disponibilità a prendersi cura di chi è più debole.
Non a caso, questo testo del Siracide, oltre a ravvivare le nostre relazioni umane, illumina in profondità l’eredità del Giubileo vissuto, perché: la speranza non è solo annuncio, ma responsabilità verso gli anziani, i malati, i poveri, i fragili, coloro che hanno perso la propria libertà e si ritrovano in una condizione di schiavitù e quanti hanno sempre meno voce.
La Santa Famiglia di Nazaret ci mostra che Dio stesso ha scelto di essere custodito, protetto, accompagnato, educandoci a una speranza che non scarta alcuno, ma si prende cura di tutti, offrendo nell’Emmanuele, nel Dio-con-noi, la forza profetica per scegliere responsabilmente di incarnare nel proprio vissuto l’offerta di un ministero di consolazione, oggi sempre più necessario.
San Paolo, nella seconda lettura, scrivendo ai Colossesi, invita la comunità a «rivestirsi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12).
Non siamo dinanzi ad un linguaggio moralistico, piuttosto ad una missione battesimale: rivestirsi di Cristo significa assumere il suo stile.
E, al contempo, san Paolo aggiunge: «La pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15). Non una pace fragile o sentimentale, ma una pace che nasce dalla riconciliazione con Dio e si traduce in relazioni riconciliate, delle quali il nostro comune vivere ne ha sempre più urgenza. Una “pace disarmata e disarmante” che Papa Leone XIV ci consegna nel suo messaggio per la 59a Giornata Mondiale della Pace del prossimo 1° gennaio.
Il Giubileo, poi, ci ha ricordato che la pace non è automatica, ma va costruita e custodita ogni giorno, nel quotidiano vivere:
- nel perdono che costa sacrificio,
- nella pazienza che sa attendere,
- nel dialogo che evita la durezza delle parole, spesso conflittuali, frutto di una violenza di linguaggio, con parole gridate, giudizi sommari, aggressività diffusa – anche e soprattutto attraverso i social – che minano le relazioni ed avvelenano la convivenza;
- nella scelta di non rispondere al male con il male (cfr. Rm 12,17).
Dopo la fuga e l’esilio, il Vangelo ci dice che la Santa Famiglia torna a Nazaret (cfr. Mt 2,23). Nazaret è il luogo della quotidianità, del lavoro, del cammino silenzioso. Lì Gesù crescerà «in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).
È una parola decisiva questa, perchè ci dice che la vita di Dio matura nel tempo, non attraverso la straordinarietà degli eventi; ma nella fedeltà al quotidiano
Ed è proprio Nazaret, allora, la grande consegna che il Giubileo ci affida.
L’Anno santo e straordinario del Giubileo termina, ma ci consegna una missione chiara, quella:
- di custodire la speranza nella vita ordinaria, senza nostalgia per gli eventi, ma con la scelta della fedeltà al quotidiano;
- di abitare le relazioni – familiari, ecclesiali, sociali – come luoghi di Vangelo incarnato e vissuto;
- di non smettere di camminare insieme, come Chiesa sinodale, sostenendoci reciprocamente;
- di riconoscere i poveri, i fragili e gli scartati come luogo privilegiato della presenza di Cristo (cfr. Mt 25,40);
- di tenere sempre accesa la fiamma della speranza, anche quando la storia sembra spegnerla (cfr. Rm 12,12).
La Chiesa nel suo insieme, ed ogni nostra comunità in particolare, è chiamata, allora, a essere famiglia di famiglie, segno di una speranza concreta, disarmata e perseverante:
- una speranza che non fa rumore, ma resiste ai contrari venti della storia;
- che non si impone, ma accompagna;
- che non si esaurisce nell’evento, ma diventa stile di vita da assumere.
Per questo la Lettera agli Ebrei, a mo’ di consegna, ci esorta: «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché fedele è colui che ha promesso» (Eb 10,23).
Affidiamo questo tempo che si chiude e quello che si apre alla Santa Famiglia di Nazaret.
Sia essa ad insegnarci:
- l’arte di discernere nelle notti della storia,
- a custodire la vita fragile,
- a camminare – facendolo insieme – senza paura,
- a scegliere ogni giorno la speranza, non come fuga, ma come responsabilità solidale.
Carissimi fratelli e sorelle, il Giubileo termina, ma la strada continua. E la Parola di Dio resta come lampada per il nostro cammino. Con il Salmista facciamo nostra la consegna finale di questo Anno Santo: «Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie» (Sal 127).
Signore
ti rendiamo grazie per il tempo di grazia
che ci hai donato
in questo Anno Santo del Giubileo.
Accogli il cammino
della nostra Chiesa di Castellaneta
e fa germogliare nel tempo dell’ordinarietà
i semi di speranza
che il tuo Spirito ha seminato.
Concedici di tornare a Nazaret,
perché la nostra vita, come quella di Gesù,
cresca in sapienza, età e grazia,
davanti a te e davanti agli uomini (cfr. Lc 2,52).
Rendi le nostre famiglie luoghi di ascolto e di cura,
le nostre comunità segni di pace e di misericordia,
le nostre scelte quotidiane testimonianza credibile
di uno stile nuovo di Vangelo.
Accompagnati da Maria e Giuseppe,
insegnaci a custodire la vita fragile,
a saper sempre discernere nelle notti della storia
e a camminare sicuri
nella speranza che non delude.
Amen.
+ Sabino Iannuzzi

