Nel giorno in cui questa nostra città di Laterza rinnova il suo affidamento alla Mater Domini, rivolgo un cordiale saluto a don Domenico Giacovelli, Rettore di questo Santuario, al Presidente e all’Amministrazione della Mater Domini, che ringrazio per l’accoglienza e per il servizio generoso con cui custodiscono questo luogo tanto caro alla fede del popolo laertino.
Saluto con affetto fraterno i confratelli sacerdoti presenti, [a cominciare dal Vicario generale], segno della comunione della nostra Chiesa.
Rivolgo un deferente saluto al Signor Sindaco, Prof. Franco Frigiola, e alle Autorità civili e militari presenti.
E saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle, che ancora una volta, con la vostra presenza, testimoniate l’amore di questa città per la sua Madre e Patrona.
La Parola di Dio che abbiamo proclamato ci conduce al cuore della festa di oggi.
Elisabetta, piena di Spirito Santo, guarda a Maria e proclama: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45).
Cosa è che rende davvero grande Maria?
Non di certo il privilegio ricevuto. Non un titolo d’onore. Non qualcosa che il mondo chiamerebbe potere.
Maria è beata perché ha creduto.
E credo che sia proprio questa la ragione più profonda per cui, quasi trecento anni fa, questa città abbia scelto Maria come sua patrona principale: non semplicemente per devozione, ma per fede. Perché ha riconosciuto in lei il volto limpido di una creatura che si è fidata totalmente di Dio.
Tra un anno celebreremo il terzo centenario di quel gesto. Trecento anni sono tanti. Sono una storia lunga. Una memoria preziosa. Ma proprio per questo la festa di oggi non può ridursi a una ripetizione di gesti che conosciamo bene.
Forse dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda semplice, ma allo stesso tempo responsabile: che cosa stiamo facendo di vero quando affidiamo la città alla Mater Domini?
Stiamo compiendo un atto di fede? Oppure ripetiamo una tradizione che rischia di non interpellarci più, perché divenuta abitudinaria?
È ancora la Parola di Dio che, prendendoci per mano, ci aiuta a trovare la giusta risposta.
«Di te si dicono cose stupende città di Dio» (Sal 86).
Con il salmista abbiamo cantato a Gerusalemme: la città amata da Dio, il luogo della sua dimora.
Ogni città che si affida a Dio diventa, in qualche modo, come Gerusalemme. Ogni comunità che pone le sue fondamenta sui monti santi — sulla roccia della fede, sulla forza del Vangelo, sulla fedeltà alla promessa — è amata dal Signore più di ogni altra dimora (cfr. Sal 86,1-2).
E la ragione di questo amore non sta nella grandezza della città, ma nella sua disponibilità a lasciare spazio a Dio, perché la abiti realmente.
«Sono in te tutte le mie sorgenti» (Sal 86,7): non altrove, non portate dall’esterno, ma già presenti nel cuore della comunità.
Nei vincoli di affetto che resistono all’usura del tempo. Nelle famiglie che, pur tra fatiche e prove, continuano a custodire l’amore. Nei gesti nascosti di solidarietà. Negli anziani che mantengono viva la memoria di questa comunità. Nei giovani che, nonostante tutto, cercano ancora una direzione vera per la loro vita e scelgono di restare e costruire qui il loro futuro.
Le sorgenti – carissimi fratelli e sorelle – ci sono.
La domanda è un’altra: le custodiamo?
Oppure lasciamo che si coprano sotto il peso della sfiducia, delle divisioni e dell’indifferenza?
A queste sorgenti rimanda anche il brano degli Atti degli Apostoli. Dopo la scena dell’Ascensione, i discepoli tornati dal monte degli Ulivi, con la mente e il cuore ancora rivolti verso il cielo, si ritrovano in quella famosa stanza posta al piano superiore (cfr. At 1,12-13). È un momento delicato. Ma lì c’è Maria. Non in primo piano, non a occupare uno spazio che non le appartiene. Maria è nel mezzo. È parte della comunità. È l’icona vivente di ciò che ogni comunità è chiamata a essere: «assidua e concorde nella preghiera» (At 1,14). Perché una comunità non vive semplicemente quando organizza eventi o custodisce tradizioni. Una comunità vive quando resta unita attorno all’essenziale. Quando sa pregare insieme. Quando sa attendere insieme. Quando non lascia che le differenze diventino fratture. Maria ci insegna tutto ciò.
Per questo Sant’Ambrogio poteva scrivere, con ardore quasi liturgico: «Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio» (Exp. Lc. II,26). Maria non è un modello da ammirare da lontano. È una forma di vita da abitare dall’interno. Senza questa disponibilità, ogni gesto di affidamento resta superficiale.
Ed è proprio la qualità interiore di questa fede che il Vangelo della Visitazione illumina con straordinaria profondità.
Maria, ricevuto l’annuncio, va in fretta, non si trattiene, non esita, non calcola. Va (cfr. Lc 1,39)… e quando arriva, Elisabetta proclama quella beatitudine che attraversa i secoli: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45).
La beatitudine non riguarda il grembo che ha accolto, ma il cuore che ha deciso di accogliere. Non la maternità biologica, ma la fede. Sant’Agostino lo aveva compreso con una sintesi folgorante: «prima concepì con la mente che con il grembo» (De Sancta Virginitate, 3). Maria è madre perché ha creduto. La sua grandezza sta lì, prima ancora che altrove.
Affidarsi a lei, dunque, non è cercare una protezione magica. Significa impegnarsi a credere come lei ha creduto. A custodire la Parola nel cuore — «Maria serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19) — senza lasciarla cadere, nemmeno nell’ora più buia.
Questa fede genera una vita nuova.
San Paolo lo dice con una chiarezza che non lascia spazio a equivoci: siamo stati riscattati nella pienezza del tempo, quando Dio mandò il suo Figlio, «nato da donna» (Gal 4,4), non per vivere sotto la legge della paura e del calcolo, ma per gridare: «Abbà, Padre» (cfr. Gal 4,6). Per vivere da figli. Per riconoscere nell’altro non un concorrente o un nemico, ma un fratello con cui condividere la stessa eredità.
L’amore vicendevole e la pace non sono elementi complementari della vita cristiana. Sono la prova che lo Spirito del Figlio abita in noi. Sono il segno che il Vangelo ha messo radici.
E Maria — la Mater Domini, la Madre del Signore — ci chiede di rispondere a questa vocazione. Non con le parole, ma con la vita.
Il prossimo anno, 2027, ricorreranno trecento anni dal patrocinio.
Si tratta di una promessa da rinnovare, un’occasione, un kairos — un tempo favorevole — in cui siamo chiamati a fare un esame di coscienza coraggioso e a rilanciarci verso il futuro con la stessa audacia di chi, l’11 maggio 1727, disse per la prima volta: questa città appartiene a Maria.
Un tempo prezioso, se lo si abita con intenzione.
La domanda da portare a casa questa mattina, da meditare nel cammino verso il terzo centenario – e soprattutto in questi giorni particolari per Laterza – è semplice e impegnativa insieme: che comunità vogliamo essere per l’anno giubilare che si attende?
Una comunità più fraterna? Più solidale con chi è ai margini? Più attenta al bene comune, ai giovani, alle famiglie, agli anziani, a chi si è allontanato?
Una comunità più capace di costruire ponti di pace e di fraternità invece di dividersi in sterili conflitti?
Il cammino comincia questa mattina, con un gesto semplice, ma impegnativo: quello della consegna delle chiavi della città. Si tratta di una promessa che ha il sapore della conversione. Come a dire: vogliamo diventare ciò che diciamo di essere!
La Mater Domini accoglierà queste chiavi come ha sempre fatto: in silenzio, con discrezione. Lo fa come una madre che non fa pesare il suo amore, ma lo esercita ogni giorno con ostinata fedeltà.
E, allora, Lei che ha creduto nell’adempimento della Parola (cfr. Lc 1,45) ci insegni a credere.
Lei che è stata assidua e concorde nella preghiera (cfr. At 1,14) ci insegni a ritrovarci intorno all’essenziale.
Lei che è corsa in fretta da Elisabetta (cfr. Lc 1,39) ci insegni la prontezza della carità.
E quando, tra un anno, ci troveremo per celebrare il terzo centenario, spero che possiamo dire con gratitudine che questo tempo non è passato invano.
Mater Domini, prega per noi.
Prega per il grande dono della pace.
Prega per il bene di Laterza!
Amen!
+ Sabino Iannuzzi

